La testimonianza da Gaza: “Mio padre di fronte alla nostra casa: ‘È stata divorata dal terreno’”
di Rita BaroudDeir el balah – Anche mio padre, Maisara, è partito per il nord di Gaza. Come altre centinaia di migliaia di palestinesi, due giorni fa si è messo in marcia inseguendo il passato nella speranza di un futuro migliore. Ma anche lui è stato deluso, colpito dalla cruda realtà fatta di rovine e polvere.
Maisara si è mosso da solo. Nelle ore precedenti avevamo litigato. Io avevo insistito per andare con lui. Ma non ne ha voluto sapere. Riteneva il viaggio troppo pesante e doloroso per me, sua figlia. Ci ha però raccontato al telefono il cammino attraverso le macerie di Gaza. E la verità che cercava si è rivelata desolante.
Ci ha parlato della massa umana in movimento, di un uomo anziano che è morto sotto gli occhi di tutti, stroncato dalla fatica. Ci ha raccontato di due persone uccise dalla guerra, che ancora ci insegue: sono morte a causa di una bomba inesplosa sulla strada Al-Rashid.
Ci ha colpito la descrizione dell’aria che si attaccava al viso e ai vestiti: «I passi sono divent…
Deir el balah – Anche mio padre, Maisara, è partito per il nord di Gaza. Come altre centinaia di migliaia di palestinesi, due giorni fa si è messo in marcia inseguendo il passato nella speranza di un futuro migliore. Ma anche lui è stato deluso, colpito dalla cruda realtà fatta di rovine e polvere.
Maisara si è mosso da solo. Nelle ore precedenti avevamo litigato. Io avevo insistito per andare con lui. Ma non ne ha voluto sapere. Riteneva il viaggio troppo pesante e doloroso per me, sua figlia. Ci ha però raccontato al telefono il cammino attraverso le macerie di Gaza. E la verità che cercava si è rivelata desolante.
Ci ha parlato della massa umana in movimento, di un uomo anziano che è morto sotto gli occhi di tutti, stroncato dalla fatica. Ci ha raccontato di due persone uccise dalla guerra, che ancora ci insegue: sono morte a causa di una bomba inesplosa sulla strada Al-Rashid.
Ci ha colpito la descrizione dell’aria che si attaccava al viso e ai vestiti: «I passi sono diventati sempre più pesanti e l’aria così secca da diventare insopportabile. La sete era diventata tale che le nostre conversazioni si sono ridotte a meri silenzi e sussurri sull’acqua».
Poi ci ha chiamato quando è arrivato. In piedi, di fronte a ciò che vedeva. È rimasto in silenzio, poi ci ha detto. «Questa non è la nostra casa. Qui ci sono solo cumuli di macerie che riempiono a malapena un buco nel terreno. È come se la terra avesse inghiottito tutto: i muri, i ricordi, il suo stesso odore. Mi è sembrato come se il luogo volesse cancellare del tutto la sua esistenza, negare che sia mai stato la nostra casa. La guerra si rifiuta di concederci anche solo la possibilità di piangere per ciò che è stato».
Maisara è un artista. Tra le macerie sperava almeno di ritrovare le sue opere abbandonate nella fuga. «E i dipinti?», gli ho chiesto. «Niente», ha risposto sconsolato. Poi ha aggiunto: «Però ci sono dei quadri che avevo lasciato da mia sorella. Sono andato a controllarli». La sua voce si è indebolita: «Si sono ammuffiti... L’umidità ha divorato i loro colori. Non erano più dipinti, ma solo fogli di carta distorti». È rimasto di nuovo in silenzio, per un attimo, per poi dire con voce tremante: «Ho cercato di elaborare che questi erano i miei quadri. Erano una parte di me e ora non è rimasto nulla... solo muffa e silenzio».
In quel momento, ho sentito che ciò che aveva perso non erano solo dipinti, ma un pezzo della sua anima. Un frammento della sua memoria artistica che ha cercato di resistere alla guerra, ma che non è riuscito a sopravvivere alla devastazione.
«Tornare al nord - si è sfogato - è stato un grosso errore. Non avrei dovuto farlo. Per quanto cerchi di descrivere ciò che ho visto, non ci riesco... Il posto che conoscevo non esiste più». Poi, con voce tremante: «Rita, sono stanco... ogni parola riporta alla mente immagini dolorose, fa male. Ne riparleremo più tardi». Sentivo che non aveva più l’energia per continuare a parlare, le parole erano diventate un peso. Il silenzio l’unico rifugio rimasto.
La curiosità mi ha spinto poi a richiamare la mia amica Layal - anche lei arrivata lunedì a Gaza nord, dove con grande sorpresa aveva, tra i pochi, trovato la sua casa ancora in piedi. Anche la sua voce era appesantita dalla stanchezza. «Ti consiglio di non pensare nemmeno di tornare qui al nord», mi ha detto senza esitazione. «Il nord non è più quello che era una volta. Quello che troveresti qui sono dolore e delusione. Non tornare indietro, Rita. Non tornare».
Comprendo le sue parole, e quelle di mio padre, e io stessa ho paura della verità che potrei trovare se tornassi. Ma nel profondo so che lo farò perché sento un forte desiderio di vedere con i miei occhi quel che resta del nostro mondo devastato dalla guerra e affrontare il dolore sepolto dentro di me.