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Raid contro i migranti nella liberal New York: “È lo scalpo per Trump”

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Il sindaco democratico Adams non blocca le deportazioni, che nel Bronx sono mirate: presi i membri di una gang venezuelana
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New York — Due ragazzine brune, che sommate insieme non faranno trent’anni d’età, ritornano all’ingresso dell’appartamento 1A dopo aver recuperato un po’ di cibo. Provano ad aprire, ma la porta è bloccata. La madre, dall’altra parte dell’uscio, dice in spagnolo di spingere. La più grande allora prende la ricorsa e molla un calcio, che fa cedere la serratura. Oltre la porta appare una donna minuta, dietro a lei lo squallore di mura scrostate e vestiti buttati in terra. Chiedi come sta, ma la risposta è brusca: «Male. Vattene». Le figlie entrano e la porta si richiude, mentre la madre parla in viva voce con qualcuno che le offre consigli su come capire che fine ha fatto il compagno.

Siamo al numero 1372 di Ogden Avenue, poco a nord dello Yankee Stadium, nel cuore di quel Bronx che durante le agitate telecronache del 1977 sulle partite di baseball stava “bruciando”. Non ha mai smesso di farlo, evidentemente. Intorno alle sei del mattino una dozzina di agenti dell’Immigration and Cus…

New York — Due ragazzine brune, che sommate insieme non faranno trent’anni d’età, ritornano all’ingresso dell’appartamento 1A dopo aver recuperato un po’ di cibo. Provano ad aprire, ma la porta è bloccata. La madre, dall’altra parte dell’uscio, dice in spagnolo di spingere. La più grande allora prende la ricorsa e molla un calcio, che fa cedere la serratura. Oltre la porta appare una donna minuta, dietro a lei lo squallore di mura scrostate e vestiti buttati in terra. Chiedi come sta, ma la risposta è brusca: «Male. Vattene». Le figlie entrano e la porta si richiude, mentre la madre parla in viva voce con qualcuno che le offre consigli su come capire che fine ha fatto il compagno.

Siamo al numero 1372 di Ogden Avenue, poco a nord dello Yankee Stadium, nel cuore di quel Bronx che durante le agitate telecronache del 1977 sulle partite di baseball stava “bruciando”. Non ha mai smesso di farlo, evidentemente. Intorno alle sei del mattino una dozzina di agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, guidati dalla nuova segretaria alla Homeland Security Kristi Noem, hanno assalito questo appartamento con le armi in pugno. Pochi minuti dopo sono usciti trascinando un uomo in manette.

Il suo nome è Anderson Zambrano Pacheco. Ha 25 anni ed è uno dei capi della gang venezuelana Tren de Aragua. Ad agosto aveva assaltato con alcuni compagni un edificio di Aurora, in Colorado. Le telecamere della sicurezza lo avevano ripreso e perciò era stato incriminato per sequestro di persona, furto con scasso e minacce. Nelle stesse ore gli agenti federali lanciavano almeno altri due raid, a Creston Avenue sempre nel Bronx, e Audubon Avenue nel quartiere di Washington Heights, cuore dell’immigrazione ispanica a nord di Harlem.

È l’inizio della nuova fase delle deportazioni degli illegali, che prende di mira le “città santuario”, quelle governate dei democratici che proteggono gli immigrati. E New York è lo “scalpo” più ambito. A maggior ragione visto che il sindaco Adams ha ordinato al Dipartimento di Polizia di coordinarsi con le forze mandate da Washington e non ostruirle, a conferma della sua alleanza personale con Trump, da cui si aspetta la grazia per l’incriminazione ricevuta per corruzione e frode. Lo scopo del presidente quindi non è solo mantenere la promessa di cacciare gli illegali, con gli arresti saliti ormai a più di mille al giorno, ma anche cercare di dividere gli oppositori.

I primi raid avevano alimentato le polemiche, quando per esempio gli agenti si erano presentati in un mercato del pesce a Newark, fermando a caso e senza mandato persone che presumibilmente avevano come unica colpa quella di apparire latine. Stavolta le operazioni si sono fatte più sofisticate, prendendo di mira i “bad hombre”, come li chiamava Trump durante la sua prima campagna presidenziale. Illegali accusati di reati violenti, che diventa difficile difendere anche per i liberal.

Tomàs, mentre passa lo straccio sul corridoio dove affaccia l’appartamento 1A, dice che non si aspettava l’arresto di Pacheco. «Sono venuti a vivere qui lo scorso autunno», spiega in spagnolo, perché è l’unica lingua che parla. Poi aggiunge: «Non li vedevo spesso, però non erano piantagrane. Niente urla, risse. Evidentemente avevano le loro buone ragioni per starsene in disparte senza attirare l’attenzione».

Tren de Aragua è una gang criminale transnazionale, designata come organizzazione terroristica straniera in uno dei primi decreti firmati il 20 gennaio, subito dopo l’Inauguration. Si occupa principalmente di traffico di esseri umani, rapimenti, riciclaggio, ma non disdegna la droga quando conviene. Durante la campagna elettorale Trump aveva visitato Aurora, usando quell’assalto condotto da Pacheco e dai suoi complici come una prova dell’invasione in corso negli Stati Uniti. Ripete spesso che «la criminalità in Venezuela è crollata, perché hanno mandato da noi tutti i loro assassini, rapinatori e stupratori». Poi che sia vero o no diventa irrilevante, perché tanto le emozioni sono state eccitate e non si torna più indietro.

Sull’altro lato della strada, davanti al numero 1372 di Ogden Avenue, c’è la Community Food Pantry di Highbridge, una dispensa dove viene distribuito gratuitamente il cibo ai poveri. Janet Reyes sta in fila col suo carrellino, nella speranza di recuperare la razione di sopravvivenza: «Basta avere un documento di identità e il social security number - spiega quasi con entusiasmo - e ti danno da mangiare senza cacciare un dollaro». Quando gli chiedi cosa pensa del raid contro gli immigrati illegali avvenuto proprio qui davanti, lei fa una premessa sorprendente: «Io rispetto il presidente degli Stati Uniti e alle elezioni di novembre ho votato per Trump». Ma come? «Sono di origine dominicana, però ero venuta qui rispettando le regole. Mi ero messa in fila e sono entrata quando era il mio turno». Quindi indica il portone di Pacheco e dice: «Questi qua, invece, vogliono venire in America per fare la bella vita alle nostre spalle, senza rispettare la legge. Anzi, la violano ogni giorno per mestiere. E perché noi dovremmo accettarlo? Allora ha ragione Trump, quando dice che gli illegali devono tornarsene a casa loro. La vita qui al Bronx è già abbastanza complicata, non abbiamo bisogno di criminali che vengano a renderla impossibile».

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