L’America inaugura l’era dei dazi: “Da domani a Cina, Canada e Messico”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNew York — Le guerre commerciali minacciate da Trump non erano uno spauracchio da campagna elettorale. Cominciano domani, con l’imposizione di dazi del 25% sui prodotti importati da Messico e Canada, e 10% dalla Cina. La motivazione è punire questi Paesi perché non controllano abbastanza le loro frontiere, e quindi spingerli a fare di più per fermare gli arrivi degli immigrati illegali e il traffico di droghe come il fentanyl.
Un’accelerazione che si accompagna alla promessa di estendere in futuro i dazi anche a Bruxelles: «Sicuramente li metterò anche all’Unione europea», ha detto il presidente.
Quanto gravi e dolorosi diventeranno questi scontri, dipenderà dalla rigidità ed estensione dei provvedimenti adottati da Washington, e dalla durezza delle risposte annunciate da Mexico City, Ottawa e Pechino. Di sicuro, dopo la veloce sottomissione della Colombia che si era rifiutata di far atterrare gli aerei militari con i deportati, Trump conferma l’intenzione di usare le tariffe commer…
New York — Le guerre commerciali minacciate da Trump non erano uno spauracchio da campagna elettorale. Cominciano domani, con l’imposizione di dazi del 25% sui prodotti importati da Messico e Canada, e 10% dalla Cina. La motivazione è punire questi Paesi perché non controllano abbastanza le loro frontiere, e quindi spingerli a fare di più per fermare gli arrivi degli immigrati illegali e il traffico di droghe come il fentanyl.
Un’accelerazione che si accompagna alla promessa di estendere in futuro i dazi anche a Bruxelles: «Sicuramente li metterò anche all’Unione europea», ha detto il presidente.
Quanto gravi e dolorosi diventeranno questi scontri, dipenderà dalla rigidità ed estensione dei provvedimenti adottati da Washington, e dalla durezza delle risposte annunciate da Mexico City, Ottawa e Pechino. Di sicuro, dopo la veloce sottomissione della Colombia che si era rifiutata di far atterrare gli aerei militari con i deportati, Trump conferma l’intenzione di usare le tariffe commerciali come strumento coercitivo della sua politica estera, per costringere i Paesi stranieri a soddisfare le proprie richieste, spesso determinate da motivazioni di politica interna. Per non parlare poi della volontà di creare un External Revenue Service, allo scopo di realizzare il sogno del suo predecessore McKinley di eliminare le imposte sul reddito, per rimpiazzarle con i ricavi generati dalle tasse pagate da compagnie straniere e governi intenzionati ad accedere al mercato americano. In ogni caso, è un cambio epocale di paradigma nelle relazioni internazionali.
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha annunciato oggi il provvedimento, dicendo che così Trump «manterrà una promessa elettorale, finalizzata a fermare i traffici di migranti illegali e fentanyl». Messico e Canada avevano cercato di evitare lo scontro, spiegando alla nuova amministrazione cosa stavano facendo per rafforzare i controlli ai confini. E l’emergenza in realtà è passata. Il picco degli illegali arrestati alla frontiera meridionale era stato di 250.000 nel dicembre 2023, e 23.000 su quella settentrionale nel 2024. Nel dicembre scorso sono calati a 47.000 arresti a sud e 510 a nord, perché i provvedimenti di Biden hanno funzionato, anche se sono stati presi troppo tardi per avere impatto sulle elezioni del 5 novembre. La realtà però non poteva cambiare quella che per Trump è una direzione obbligata.
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha risposto che «siamo preparati ad ogni scenario». Il premier uscente canadese Trudeau, nonostante la sua debolezza personale, ha avvertito che «siamo pronti con una risposta immediata, forte, ma ragionevole. Non è quello che vogliamo, ma se lui agisce, anche noi lo faremo». La Cina in passato è stata anche più ferma. Si vedrà quanto saranno più forti della Colombia.
Wall Street ha reagito con un calo di quasi l’1% mentre il dollaro si è rafforzato. Messico, Canada e Cina producono un terzo dei prodotti acquistati all’estero dagli americani. Il timore è che il costo dei dazi venga scaricato sui consumatori, rilanciando l’inflazione. Anche per questo Trump sta considerando di esentare il petrolio, perché il 60% di quello importato negli Usa viene dal Canada e il 7% dal Messico, necessario per mescolarlo nelle raffinerie con quello locale americano. I settori auto, agricoltura, elettronica e altri avranno però poco scampo.
La Tax Foundation stima che le tariffe annunciate ridurranno la produzione economica dello 0,4% e aumenteranno le tasse di 1.200 miliardi di dollari, tra il 2025 e il 2034, generando in media un incremento delle imposte di 830 dollari per famiglia nell’anno in corso. Ernie Tedeschi, dello Yale Budget Lab, prevede un balzo dei prezzi dello 0,8%, un costo di 1.300 dollari per famiglia e una riduzione del Pil dello 0,2%. Moody’s teme la perdita di 675.000 posti di lavoro con un aumento della disoccupazione dello 0.4%.
Leavitt ha invitato gli americani a fidarsi di Trump, perché nel primo mandato aveva imposto i dazi senza generare inflazione. Il segretario al Tesoro Bessent non prevede effetti sui prezzi perché gli esportatori li ridurranno, ma la sua stessa richiesta di un’azione più graduale è stata bocciata dal presidente. Che preferisce lo scontro frontale, almeno per dichiarare la sua guerra.