Nina Gardner: “Imputando la strage alle quote, Trump rilancia la campagna populista”
dalla nostra inviata Anna LombardiWASHINGTON — «La prima parte del discorso di Trump sull’incidente aereo di Washington era scritto dal suo staff. Infatti conteneva tutto ciò che si dice in circostanze del genere: superamento delle divisioni, invito alla preghiera. Com’è nel suo stile, terminato il testo preparato, ha cambiato registro. Usando parole divisive per insinuare che la tragedia fosse colpa delle politiche dei predecessori». Nina Gardner insegna Sostenibilità e diritti umani alla John Hopkins University di Washington ed è membro della commissione “Condotta responsabile nelle aziende” del Dipartimento di Stato.
Gardner, cosa c’entrano le politiche di Obama e Biden?
«Trump ha rinnovato il messaggio populista già usato in campagna elettorale, secondo cui negli ultimi anni le cosiddette politiche “Dei” (diversità, equità e inclusione) volute dai suoi predecessori hanno impedito alla meritocrazia di prevalere: sovrastata da quote etniche e di genere che a suo dire hanno portato incompetenti in ruoli di responsabi…
WASHINGTON — «La prima parte del discorso di Trump sull’incidente aereo di Washington era scritto dal suo staff. Infatti conteneva tutto ciò che si dice in circostanze del genere: superamento delle divisioni, invito alla preghiera. Com’è nel suo stile, terminato il testo preparato, ha cambiato registro. Usando parole divisive per insinuare che la tragedia fosse colpa delle politiche dei predecessori». Nina Gardner insegna Sostenibilità e diritti umani alla John Hopkins University di Washington ed è membro della commissione “Condotta responsabile nelle aziende” del Dipartimento di Stato.
Gardner, cosa c’entrano le politiche di Obama e Biden?
«Trump ha rinnovato il messaggio populista già usato in campagna elettorale, secondo cui negli ultimi anni le cosiddette politiche “Dei” (diversità, equità e inclusione) volute dai suoi predecessori hanno impedito alla meritocrazia di prevalere: sovrastata da quote etniche e di genere che a suo dire hanno portato incompetenti in ruoli di responsabilità. Non è la prima volta che usa argomenti del genere in momenti tragici: parlando degli incendi di Los Angeles nella democratica California, ha accusato d’incompetenza le pompiere donne. D’altronde già da tempo l’estrema destra ripete che i fatti del 6 gennaio sono “sfuggiti di mano” perché mal gestiti dai poliziotti afroamericani – dunque a loro dire incompetenti - a difesa del Congresso».
È plausibile?
«No. L’America è un Paese competitivo dove i posti di responsabilità sono assegnati a persone qualificate. Approvando le politiche “Dei” si è semmai tentato di ampliare l’accesso a università e mestieri in modo da riflettere la società, presumendo che diversità etnica e di background avrebbe portato più confronto e quindi soluzioni più creative ai problemi. Dando spazio a chi era tradizionalmente escluso lo si è però tolto ad altri, scatenando frustrazione e rancore. Ed è vero che quando una pratica ideale si trasforma in dogma, smette di funzionare al meglio. Ma oggi rischiamo di passare da un estremo all’altro: dal multiculturalismo a una società mosaico, dove non ci si mischia più. Il dibattito è acceso. Nell’area trumpiana già si litiga sui visti ai lavoratori specializzati stranieri che Silicon Valley chiede e la destra dell’ “America First” vuol bloccare».
Trump ha una base multietnica. Come si spiega?
«È pragmaticamente divisivo. Accoglie chi si schiera al suo fianco a patto che non faccia rivendicazioni. Da una parte tenta uno “sbiancamento” delle istituzioni che strizza l’occhio alla base più ideologica, dall’altra non può tornare del tutto indietro. Ad esempio, il giorno dopo aver cancellato dai programmi d’addestramento dell’aeronautica la storia dei piloti afroamericani di Tuskegee durante la seconda guerra mondiale, ha dovuto farli riattivare rendendosi conto che ad arruolarsi nell’esercito sono soprattutto minoranze».