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Gli invisibili 007 ucraini, i misteriosi “vendicatori” che uccidono nel cuore della Russia di Putin

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Come dimostra anche l’uccisione di Armen Sarkisjan, il fondatore del battaglione ArBat, l’intelligence militare del Gur dispone di una rete efficace oltre le linee nemiche
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Da quasi tre anni sono i “vendicatori” che uccidono e scompaiono nell’ombra, trasmettendo un brivido alla base del sistema putiniano: “Siete tutti nel mirino”. A Mosca, a San Pietroburgo e in tante altre città hanno colpito obiettivi militari e politici, spesso in maniera clamorosa, senza che i massicci apparati di sicurezza del Cremlino riuscissero a bloccarli. Chi offra rifugio e assistenza a queste squadre permettendogli di agire indisturbate resta un mistero. Certo è che nel marzo 2022 nessuno ha dato peso a Kirill Budanov quando per la prima e unica volta ha parlato di “agenti ucraini attivi nei centri del potere in tutta la Russia”.

All’epoca il giovanissimo comandante degli 007 di Kiev era una figura sconosciuta e le sue frasi pronunciate in una capitale sotto assedio sono apparse una boutade priva di fondamento. Una lunga serie di attacchi, attentati e omicidi mirati hanno fatto poi capire che non mentiva. L’intelligence militare del Gur dispone veramente di uomini e sopr…

Da quasi tre anni sono i “vendicatori” che uccidono e scompaiono nell’ombra, trasmettendo un brivido alla base del sistema putiniano: “Siete tutti nel mirino”. A Mosca, a San Pietroburgo e in tante altre città hanno colpito obiettivi militari e politici, spesso in maniera clamorosa, senza che i massicci apparati di sicurezza del Cremlino riuscissero a bloccarli. Chi offra rifugio e assistenza a queste squadre permettendogli di agire indisturbate resta un mistero. Certo è che nel marzo 2022 nessuno ha dato peso a Kirill Budanov quando per la prima e unica volta ha parlato di “agenti ucraini attivi nei centri del potere in tutta la Russia”.

All’epoca il giovanissimo comandante degli 007 di Kiev era una figura sconosciuta e le sue frasi pronunciate in una capitale sotto assedio sono apparse una boutade priva di fondamento. Una lunga serie di attacchi, attentati e omicidi mirati hanno fatto poi capire che non mentiva. L’intelligence militare del Gur dispone veramente di uomini e soprattutto donne in grado di intervenire ovunque dietro le linee nemiche: una rete così ben coperta da essere finora sopravvissuta alla caccia dei servizi segreti di Putin.

Il massimo dei danni

“Gli ucraini sono riusciti a infiltrarsi in molti settori della dirigenza militare, politica e finanziaria russa e hanno sfruttato a proprio vantaggio le informazioni ottenute”, ha spiegato Budanov nel colloquio con il sito Coffee or die che si rivolge soprattutto ai veterani americani. Come esempio, ha citato un episodio del conflitto notato soltanto dagli specialisti: una nave da sbarco carica di blindati e munizioni era stata centrata nel porto di Berdyansk, occupato dai russi pochi giorni prima: “Grazie alle informazioni ottenute – ha evidenziato il generale dagli occhi di ghiaccio – siamo riusciti a colpirla nel momento giusto per infliggere il massimo danno. Il nostro missile è arrivato proprio quando le autocisterne per il rifornimento di carburante l’hanno affiancata”. Operazioni simili poi ne sono state realizzate a dozzine: localizzando e ammazzando gli alti ufficiali del Cremlino, devastando i depositi logistici, mandando squadre di incursori oltre la frontiera per sabotare aeroporti e linee elettriche. Fino poi a gestire la campagna di raid notturni dei droni contro le infrastrutture petrolifere ed energetiche russe.

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Il ponte dei misteri

Il capolavoro è stato il camion bomba che ha fatto saltare in aria il viadotto di Kerch, bersagliato l’8 ottobre 2022 poche ore dopo il compleanno di Putin: per mesi i rifornimenti verso la Crimea sono stati drasticamente ridotti. Si tratta dell’episodio più enigmatico di tutti. Anzitutto perché si è trattato forse di un’azione suicida: l’autista era inconsapevole del carico esplosivo messo sul camion oppure era un volontario kamikaze? Poi perché tutto è stato organizzato in territorio russo, trovando il veicolo, il tritolo, i capannoni dove prepararlo. Infine perché l’attimo dello scoppio è stato perfettamente sincronizzato con il passaggio di un treno con cisterne di combustibile, in modo da moltiplicare i danni: esattamente come la nave di Berdyansk citata da Budanov.

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Non va dimenticato l’ordigno sotto l’auto di Aleksander Dugin, uno degli ideologi del nuovo imperialismo russo, che ha ucciso invece la figlia trentenne Darja. Il controspionaggio di Mosca ha fatto trapelare l’identità di Natalja Vovk, una agente ucraina con biografia degna della “Nikita” cinematografica, che sarebbe fuggita in auto in Estonia subito dopo la bomba. Questa ricostruzione non è mai stata confermata ufficialmente, anche perché sarebbe stato duro per il Cremlino riconoscere che le amazzoni di Kiev erano in grado di uccidere alle porte della capitale.

“Tutto quello che posso dire – si è limitato a commentare il capo degli 007 di Kiev in quell’occasione – è che noi abbiamo ucciso russi e continueremo a farlo dovunque sulla faccia della Terra fino alla completa vittoria dell’Ucraina”. Pochi mesi più tardi in un pub di San Pietroburgo è toccato a Vladen Tatarsky, influencer con mezzo milione di follower che esaltava l’invasione russa e le imprese della Wagner. Una ragazza gli ha consegnato un dono studiato per catturare il suo ego da supereroe: una statuetta con il suo busto in posa eroica. L’interno però era imbottito di plastico, che ha dilaniato Tatarsky e ferito i suoi commensali. Tra i tanti raid, infine, va citato quello contro il capitano Stanislav Rzihitsky, freddato mentre faceva footing a Krasnodar: era stato comandante di un sottomarino che spesso dal Mar Nero aveva scagliato missili contro le città ucraine. Per l’omicidio è stato arrestato un istruttore di boxe ucraino che viveva nella città russa, considerato il “basista” del killer, ma le accuse non sono parse solide.

Infiltrazione nell’eredità sovietica

Molti si chiedono chi siano gli operativi ucraini nascosti in Russia. Alcuni analisti sostengono che questa rete sfrutti il retaggio sovietico della società russa: l’esistenza di cittadini oriundi di Repubbliche diventate indipendenti nel 1992, come appunto l’Ucraina, e di gruppi etnici diversi che odiano l’autorità di Mosca. Caucasici, armeni, tatari, georgiani, siberiani di ogni estrazione sociale: dagli oligarchi agli addetti alle pulizie. Si è parlato pure di neonazisti e nazionalisti, legati al movimento Russia Libera che ha combattuto al fianco degli ucraini: militanti ideologicamente più vicini alla Azov che non al Cremlino.

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Gli 007 di Kiev li avrebbero ingaggiati lentamente, a partire dal 2014, in una manovra che solo parzialmente si sarebbe coordinata con l’intelligence britannica e americana: gran parte della ragnatela è nota soltanto a Budanov. Ci sono figure che danno solo supporto logistico, altre che mettono a disposizione armi, alcune che forniscono notizie. Il loro lavoro viene integrato con quello di una formidabile struttura di hacker, che penetrano nei database per ottenere indirizzi, numeri di cellulare o conti bancari dei bersagli: sono loro a intercettare anche telefonate e mail dei comandi nemici. Budanov conduce una guerra totale, che è anche una questione privata: gli agenti nemici hanno tentato di ucciderlo due volte e hanno avvelenato la moglie. Non sottovaluta i russi e ripete che “le loro capacità di ripresa sono sempre state straordinarie”. Ma allo stesso tempo ritiene che proprio la propaganda di Putin finisca per amplificare la portata dei raid ucraini: “Hanno scaldato la loro società – ha sottolineato il generale – ripetendo che sono i più potenti del mondo e i russi hanno cominciato a crederci sul serio”. Una fiducia che li ha portati a sottovalutare la creatività e la ferocia delle squadre stay behind ucraine.

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