AMMAN – Il terrorismo non colpiva con tanta violenza nel nord della Siria dalla caduta di Assad. Lunedì mattina una bomba piazzata all’interno di un’auto parcheggiata ha fatto una strage di lavoratori, 19 morti, la maggior parte erano donne che andavano a lavorare nei campi a sud di Manbij, l’eterna città contesa a una trentina di chilometri dal confine con la Turchia.
Scambio di accuse
L’attentato non è stato per ora rivendicato ma le fazioni filo-turche accusano i curdi delle Sdf, le Syrian democratic forces, che però hanno condannato l’azione terroristica interpretandola come un modo per le milizie fedeli a Erdogan di intimidire la popolazione locale. Scambi di accuse che alimentano il ciclo della violenza. Pochi giorni fa, un attentato simile aveva fatto almeno 5 morti, in una escalation che fa temere la ripresa del conflitto nel nord e nel nord est della Siria. Manbij è passata più volte di mano durante la lunga guerra civile siriana: a dicembre, dopo la caduta di Assad, è stata …
AMMAN – Il terrorismo non colpiva con tanta violenza nel nord della Siria dalla caduta di Assad. Lunedì mattina una bomba piazzata all’interno di un’auto parcheggiata ha fatto una strage di lavoratori, 19 morti, la maggior parte erano donne che andavano a lavorare nei campi a sud di Manbij, l’eterna città contesa a una trentina di chilometri dal confine con la Turchia.
Scambio di accuse
L’attentato non è stato per ora rivendicato ma le fazioni filo-turche accusano i curdi delle Sdf, le Syrian democratic forces, che però hanno condannato l’azione terroristica interpretandola come un modo per le milizie fedeli a Erdogan di intimidire la popolazione locale. Scambi di accuse che alimentano il ciclo della violenza. Pochi giorni fa, un attentato simile aveva fatto almeno 5 morti, in una escalation che fa temere la ripresa del conflitto nel nord e nel nord est della Siria. Manbij è passata più volte di mano durante la lunga guerra civile siriana: a dicembre, dopo la caduta di Assad, è stata riconquistata dalle forze filo turche dell’Sna, il Syrian National Army, che hanno respinto indietro i curdi delle Sdf. La tregua è stata raggiunta anche grazie alla mediazione americana, ma la tensione resta alta.
Lo scontro tra Turchia e curdi
La Turchia preme da tempo su quell’area per ripulirla dai “terroristi del Pkk” e da quelli che considera i loro alleati, le Ypg, ovvero il braccio armato delle Sdf. Erdogan vorrebbe che i curdi siriani deponessero le armi e sciogliessero le milizie all’interno del nascente, nuovo esercito siriano guidato dagli islamisti di Jolani ora diventati i padroni di fatto del Paese. Ci sono stati colloqui e abboccamenti tra il Rojava e Jolani, ma i curdi rifiutano l’ipotesi di sciogliere le unità armate e rivendicano invece il diritto di far parte del nuovo esercito come unità indipendenti, una richiesta speculare al federalismo che vorrebbero vedere applicato nella nuova configurazione politica della Siria.
Il puzzle è complicato. I curdi controllano circa il 30% della Siria, comprese alcune delle aree più fertili del Paese e i pozzi petroliferi. Hanno avuto finora il sostegno degli americani, anche perché si sono fatti carico dei costi umani e militari della campagna contro l'Isis. Ma la caduta di Assad e l’elezione di Trump hanno cambiato il quadro politico. I nuovi signori di Damasco, appoggiati dalla Turchia, puntano a riunificare il Paese sotto il proprio controllo. Il presidente americano ha fatto intendere di voler ritirare le truppe dalla Siria, lasciando cosi di fatto campo libero a Erdogan per una eventuale nuova operazione militare. I curdi possono contare su un rapporto discreto ma abbastanza solido con gli israeliani, ma devono trovare nuovi alleati nella Siria di Jolani.