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Il raduno dei trumpiani, Salvini con Le Pen e Orbán: “Meno Ue, più libertà”

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Ospite del leader di Vox Abascal, l’Internazionale di destra lancia a Madrid la “Reconquista”. L’unità dei patrioti anti-Bruxelles si incrina solo sull’apertura all’Afd
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MADRID — Saranno pure una «congrega di ultras», come li ha bollati il Partito socialista spagnolo, ma questi “patrioti europei”, ovvero il gruppo dell’estrema destra sovranista, sentono di avere ora il vento in poppa. Ed è lo stesso maestrale che soffia forte dalla Casa Bianca. «È un gran momento per noi patrioti», si compiace dal palco André Ventura, il leader del partito portoghese Chega, barba curata e fisico da attore, uno dei beniamini della folla.

A Madrid, in questo auditorio da duemila posti nella più anonima periferia della città, sono venuti tutti, da Orbàn a Le Pen, da Salvini a Wilders, con l’argentino Milei in collegamento, chiamati dal padrone di casa, Santiago Abascal, per una kermesse che vuole essere una «dimostrazione di forza» e una prova che «l’ondata si espande in Europa». La sala è tutta piena, il testosterone è a mille, ogni tanto parte l’urlo «Viva España!» e tutta la platea risponde «Viva!».

Erano quelli brutti e cattivi, «contro di noi - li galvanizza il ce…

MADRID — Saranno pure una «congrega di ultras», come li ha bollati il Partito socialista spagnolo, ma questi “patrioti europei”, ovvero il gruppo dell’estrema destra sovranista, sentono di avere ora il vento in poppa. Ed è lo stesso maestrale che soffia forte dalla Casa Bianca. «È un gran momento per noi patrioti», si compiace dal palco André Ventura, il leader del partito portoghese Chega, barba curata e fisico da attore, uno dei beniamini della folla.

A Madrid, in questo auditorio da duemila posti nella più anonima periferia della città, sono venuti tutti, da Orbàn a Le Pen, da Salvini a Wilders, con l’argentino Milei in collegamento, chiamati dal padrone di casa, Santiago Abascal, per una kermesse che vuole essere una «dimostrazione di forza» e una prova che «l’ondata si espande in Europa». La sala è tutta piena, il testosterone è a mille, ogni tanto parte l’urlo «Viva España!» e tutta la platea risponde «Viva!».

Erano quelli brutti e cattivi, «contro di noi - li galvanizza il ceco Petr Macinka, del partito degli automobilisti - gli apparatcik di Bruxelles hanno provato a stendere un cordone sanitario». Ma ora che Trump ha vinto di nuovo, sentono che la loro ora si avvicina anche da questa parte dell’Atlantico. Una vecchia volpe come Victor Orbán, che qui gioca a fare il decano dei cattivismo europeo, lo spiega in termini crudi: «Il tornado Trump ha cambiato il mondo in appena un paio di settimane, ieri eravamo considerati eretici, oggi il mainstream siamo noi!».

I toni sono di esaltazione, del «noi contro tutti», i nemici quelli di sempre. Sul taccuino restano le stesse frasi ripetute con varia enfasi: i generi sono solo due, maschio e femmina, le ong sono il male e vogliono imporci, insieme a Soros, l’immigrazione selvaggia e islamista, il green deal è un’invenzione delle élite globaliste per distruggere i lavoratori europei, Bruxelles è un Super-Stato peggio dell’Urss. Ursula von der Leyen e il Ppe stanno sbagliando tutto.

E proprio contro i popolari si sviluppa la polemica più accesa. Il portoghese Ventura si intromette negli affari spagnoli e sentenzia: «Non commette l’errore di sostituire Sánchez con Feijòo, socialisti e popolari sono la stessa cosa». Matteo Salvini è sulla stessa linea e lancia il suo ultimatum ai popolari, facendo naturalmente arrabbiare Forza Italia: «I popolari devono scegliere fra il passato di Soros e il futuro di Elon Musk. Noi abbiamo scelto».

La parola più usata da tutti, ma proprio tutti, è «Reconquista». Dell’Europa cristiana, dei valori tradizionali usurpati dal «wokismo». La seconda parola chiave è «libertà», intesa un po’ a modo loro. È libertà di scrivere frasi razziste senza essere censurati, è libertà di inquinare «senza furori ideologici green», è libertà di escludere le persone trans dal consesso civile, libertà di chiudere le frontiere con il filo spinato.

Parla anche Matteo Salvini, con il suo girocollo blu sotto una giacca blu. Si capisce che in Spagna la vicenda del processo di Palermo è stata molto seguita. E difatti proprio da lì parte, gioca in casa: «A Palermo hanno perso Pedro Sánchez e le Ong di sinistra, bye bye Pedro, bye bye Open Arms, viva la libertad».

Poi, certo, ci sono sotto la superficie anche le differenze. La frattura più importante fra i “patrioti” è al momento quale atteggiamento tenere con i tedeschi di Alternative für Deutschland che tra due settimane potrebbero rivelarsi come il secondo partito alle politiche. È stata Marine Le Pen a non volerli nel gruppo europeo dei patrioti. Ma la maggior parte qui pensa che ormai non sia più tempo di fare troppe distinzioni. Salvini propone infatti di «unire le forze senza pregiudizi e senza divisioni inutili». Victor Orbán la pensa allo stesso modo e allora tocca a Santiago Abascal, il padrone di casa e leader di Vox, dare un nome e cognome alla platea: «La nostra politica oggi è minacciata da tutte le parti. Lo stiamo vedendo in Germania contro Alice Weidel, a cui auguriamo la vittoria alle prossime elezioni».

Del passato, in questa sala, sembrano avere tutti una visione quasi nostalgica, di quanto si stava bene quando si stava peggio. Quando l’Europa contava qualcosa nel mondo, l’Europa delle piccole patrie, non questa delle «corrotte tecnocrazie di Bruxelles». E dunque, come grida Salvini, lo slogan è: «Meno Europa, più libertà». Come questo possa conciliarsi con il “Make Europe Great Again” con cui i leader chiudono i loro interventi è una contraddizione che nessuno spiega.

Solo Marine Le Pen, figlia di una tradizione sciovinista, sembra a disagio sotto questa immensa scritta “Mega” che campeggia alle sue spalle. «La Francia non può essere assoggettata agli Stati Uniti», puntualizza con i giornalisti prima di entrare al vertice. Quanto allo slogan copiato da Trump, secondo il suo entourage la leader francese lo considera persino «grottesco». Ma sono sfumature che non incrinano lo spirito della giornata. Riassunto bene dall’olandese Geert Wilders: «Il presidente Trump, per noi, è un fratello d’armi». Peccato soltanto che Musk non si sia fatto vedere nemmeno con un video.

Si esce un po’ storditi da questa adunata sovranista. E come se fuori da questo albergo ci fosse un’orda islamista ad affilare le sciabole contro la civiltà europea, oppure legioni di donne trans pronte a rapire i bambini per somministrar loro ormoni femminili. I socialisti spagnoli ci invitano a non avere paura: «Non riusciranno a far prevalere la loro visione del mondo in bianco e nero». Era quello che ripeteva anche Kamala Harris.

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