Sette mesi dopo l’inizio della guerra a Gaza, Elias Sanbar ha dato alle stampe un libro che si è rivelato premonitore. “La Dernière Guerre?: Palestine, 7 octobre 2023 — 2 avril 2024” uscito in Francia per Gallimard gira intorno a una tesi di fondo. Che quello in corso non è un conflitto come quelli a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, ma è paragonabile solo a quanto accaduto nel ’48: lo scopo di Israele — sostiene questo intellettuale di 75 anni, mediatore a Oslo, ex ambasciatore palestinese all’Unesco, traduttore delle poesie di Darwish — è finire il lavoro iniziato allora, cacciando i palestinesi dalle loro terre. Un’ipotesi non troppo lontana dalla proposta reiterata ieri da Donald Trump.
Dottor Sanbar, la situazione a Gaza è tornata tesissima, c’è il timore che la conclusione di questa guerra si allontani invece di avvicinarsi…
«Questa non è una guerra come le altre. La possiamo considerare come un “ritorno al punto di partenza”: è un ritorno alla guerra originaria tr…
Sette mesi dopo l’inizio della guerra a Gaza, Elias Sanbar ha dato alle stampe un libro che si è rivelato premonitore. “La Dernière Guerre?: Palestine, 7 octobre 2023 — 2 avril 2024” uscito in Francia per Gallimard gira intorno a una tesi di fondo. Che quello in corso non è un conflitto come quelli a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, ma è paragonabile solo a quanto accaduto nel ’48: lo scopo di Israele — sostiene questo intellettuale di 75 anni, mediatore a Oslo, ex ambasciatore palestinese all’Unesco, traduttore delle poesie di Darwish — è finire il lavoro iniziato allora, cacciando i palestinesi dalle loro terre. Un’ipotesi non troppo lontana dalla proposta reiterata ieri da Donald Trump.
Dottor Sanbar, la situazione a Gaza è tornata tesissima, c’è il timore che la conclusione di questa guerra si allontani invece di avvicinarsi…
«Questa non è una guerra come le altre. La possiamo considerare come un “ritorno al punto di partenza”: è un ritorno alla guerra originaria tra il popolo palestinese e la comunità ebraica in Palestina nel ‘47 e nel ‘48. Per questo ipotizzarne una conclusione è difficile. C’è dietro l’ideologia del replacement, della sostituzione della popolazione».
In questo quadro come si inserisce il piano di Trump?
«Trump non è pazzo: partiamo da qui. Non fermiamoci a quello che ha detto, guardiamo come lo metterà in atto. La frase chiave è “we will own Gaza”, possederemo Gaza. Non controlleremo ma possederemo: questo è un progetto coloniale che attacca direttamente il cuore del sistema internazionale. Ma non funzionerà, perché i palestinesi non andranno via».
Perché? Le faccio una domanda forse troppo da europea, ma c’è un punto importante da spiegare. Così come si può capire l’attaccamento alla terra, si può anche capire il desiderio di una famiglia di vivere in una casa normale con acqua ed elettricità, non fra le macerie. Cosa la porta a escludere che c’è chi vorrà fare questa scelta?
«La popolazione di Gaza è costituita per lo più da persone che sono già fuggite una volta nella loro vita, o dai loro discendenti. I palestinesi sanno che se vanno via non torneranno, sono cresciuti guardando le chiavi delle case che i loro nonni hanno dovuto abbandonare. Non basta: i palestinesi sanno che ci sono milioni di altri palestinesi che da decenni vivono in campi profughi, e non vogliono fare la stessa fine. E ancora: in esilio c’è l’élite intellettuale della Palestina. Medici, ingegneri, giornalisti, storici, lo dica lei: noi vogliamo tornare e non ci è consentito. Chi sta a Gaza questo lo sa. Lei lo ha visto il posto di frontiera fra Gaza e l’Egitto? Pensa davvero che se migliaia di persone avessero voluto andare via gli egiziani sarebbero riusciti a respingerle? hanno scelto di restare. E resteranno».
Con Hamas alla loro guida? Lo show di forza di queste settimane è impressionante dopo 15 mesi di guerra. Hamas è davvero in grado di controllare ancora il destino di Gaza?
«All’ultimo scambio di prigionieri c’era un poster, in ebraico, che inneggiava alla “vittoria totale di Hamas”: lo ha visto tutto Israele e ha creato moltissima rabbia, a giudicare da quello che ho letto sui giornali israeliani. Sa perché? Perché quando fai una guerra e sei molto più potente del tuo avversario militarmente, per vincere devi annientarlo; altrimenti, se l’avversario resiste, sei tu che hai perso. Il messaggio per Israele era chiaro: non ha vinto. Ha vinto Hamas, non perché ha sconfitto Israele ma perché è rimasta in piedi. Guardi le auto, le uniformi, l’organizzazione: le pare un movimento moribondo? Hamas voleva dimostrare che a Gaza è ancora in grado di controllare e comandare. Ci è riuscito».
Lei ha lavorato moltissimo sulla proposta dei due Stati: è definitivamente da seppellire?
«Era la migliore proposta. L’ho difesa per anni e credo ancora di aver fatto bene. Era un accordo che creava le basi per un buon vicinato nella speranza che poi, nel futuro, si trasformasse in una riconciliazione. Ora è definitivamente da seppellire perché gli israeliani lo hanno distrutto. Non c’è più la terra per fare due Stati, basta andare in Cisgiordania per rendersene conto: bisognerebbe cacciare decine di migliaia di coloni e Israele non lo farebbe mai».