Gaza, dai big arabi un piano per evitare di svuotare la Striscia. Israele, spiraglio per gli ostaggi
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME — Non capita tutti i giorni che Qatar, Arabia Saudita e Emirati arabi uniti siedano allo stesso tavolo: se lo fanno e se accanto a loro si siedono Egitto e Giordania, è la prova che il momento è grave e delicato. A portare i big della regione a superare odii e rivalità è stata la proposta di Trump di svuotare Gaza della sua popolazione per far spazio a un piano di ricostruzione destinato a cambiare il volto della Striscia.
Sin dall’inizio, l’idea era stata bocciata in coro dagli arabi – l’Arabia Saudita aveva inviato un insolito comunicato alle 4 del mattino, un’ora e mezza dopo la fine del discorso di Trump - ma al presidente degli Stati Uniti non si può semplicemente dire no: e dunque nei prossimi giorni (data presunta, 27 febbraio) i rappresentanti delle nazioni più importanti dell’area si riuniranno al Cairo per mettere a punto un piano comune e alternativo a quello americano. Capofila del progetto è l’Egitto, che sta già lavorando al documento: ma la presenza dei …
GERUSALEMME — Non capita tutti i giorni che Qatar, Arabia Saudita e Emirati arabi uniti siedano allo stesso tavolo: se lo fanno e se accanto a loro si siedono Egitto e Giordania, è la prova che il momento è grave e delicato. A portare i big della regione a superare odii e rivalità è stata la proposta di Trump di svuotare Gaza della sua popolazione per far spazio a un piano di ricostruzione destinato a cambiare il volto della Striscia.
Sin dall’inizio, l’idea era stata bocciata in coro dagli arabi – l’Arabia Saudita aveva inviato un insolito comunicato alle 4 del mattino, un’ora e mezza dopo la fine del discorso di Trump - ma al presidente degli Stati Uniti non si può semplicemente dire no: e dunque nei prossimi giorni (data presunta, 27 febbraio) i rappresentanti delle nazioni più importanti dell’area si riuniranno al Cairo per mettere a punto un piano comune e alternativo a quello americano. Capofila del progetto è l’Egitto, che sta già lavorando al documento: ma la presenza dei Paesi del Golfo è fondamentale non solo per il peso politico che si portano dietro, ma soprattutto perché sono gli unici a poter mettere sul tavolo i miliardi di dollari – 53 è l’ultima stima dell’Onu – necessari a ricostruire Gaza.
Le posizioni sono chiare: a Egitto e Giordania, che hanno già pubblicamente detto “no” alla richiesta di Trump di accogliere i palestinesi, ieri si sono aggiunti gli Emirati, che per bocca del loro potentissimo ambasciatore a Washington Yousef al Otaiba hanno definito «difficile» l’approccio di Trump. In attesa del piano a Egitto e Qatar – i mediatori del cessate il fuoco – è affidato il compito di fare pressione su Hamas perché faccia un passo indietro e proceda con il rilascio degli ostaggi previsto dall’accordo sul cessate il fuoco.
In Israele, le lancette sono fisse su sabato alle 12: se per quell’ora dai tunnel di Hamas non emergeranno altri ostaggi, Netanyahu – riecheggiando le parole di Trump – ha promesso la ripresa dei combattimenti in modo ancora più feroce rispetto ai mesi scorsi. La stampa israeliana ieri sera riportava timidi segnali di ottimismo da parte dei negoziatori che parlano con Hamas: ma non è ancora chiaro se uno scambio ostaggi/prigionieri ci sarà né quanti eventualmente saranno gli israeliani che usciranno. Un dettaglio non di secondo piano, visto che due giorni fa è stato proprio intorno al numero degli ostaggi che si è consumato il braccio di ferro all’interno del governo: «Devono uscire tutti, come ha chiesto Trump», è stata la posizione finale arrivata al quarto comunicato dall’ufficio del premier. Ma pure su questo “tutti” ieri sera sembravano possibili spazi di manovra. Hamas, dal canto suo, oggi si è detta pronta a continuare coi rilasci, senza specificare quanti, «se Israele rispetterà i patti»
Se un ammorbidimento ci sarà, da entrambi i lati, sarà determinato dalle rispettive opinioni pubbliche: per Hamas, la gente della Striscia, tornata nel Nord per trovare una situazione disastrosa. Per Israele, le famiglie degli ostaggi, da 15 mesi spina nel fianco di Netanyahu e ancor di più da sabato scorso, quando le immagini degli ultimi tre ostaggi rilasciati in condizioni pessime hanno suscitato un’ondata di orrore in tutto il Paese.
In attesa di novità, l’esercito continua a prepararsi per una eventuale ripresa dei combattimenti nel Sud, mentre resta in piena attività sul fronte Nord, quello libanese. Ieri Israele ha di nuovo chiesto una proroga per il ritiro dal Paese dei cedri che secondo la tregua mediata da Francia e Usa, avrebbe dovuto scattare il 26 gennaio, ma poi era stato posticipato al 18 febbraio.