Dallo sfollamento dei palestinesi alla costruzione della Riviera: tutto sul piano di Trump per Gaza
di Enrico FranceschiniLONDRA – “Prenderemo Gaza e ne faremo un diamante”, ha dichiarato martedì Donald Trump ai giornalisti, riaffermando il suo piano per trasferire altrove la popolazione palestinese e trasformare la Striscia in una moderna “Riviera” di alberghi e uffici. Seduto al suo fianco nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca, re Abdallah di Giordania non lo ha contraddetto, dicendosi convinto che si troverà per Gaza “la soluzione migliore per tutti” e che Trump riuscirà a varcare il traguardo lungamente inseguito di portare “pace e prosperità” in tutta la regione. Più tardi, tuttavia, il re ha postato sui social che la Giordania si oppone al trasferimento dei palestinesi da Gaza. Sul “piano Trump”, un’iniziativa che ha preso tutti di sorpresa, inclusa la maggior parte del suo staff, circolano ipotesi di ogni tipo. Ecco le più citate da indiscrezioni, esperti di Medio Oriente e commentatori.
Un bluff
L’idea del presidente sembra talmente fuori dagli schemi (“out of the box”, come dicono gli analis…
LONDRA – “Prenderemo Gaza e ne faremo un diamante”, ha dichiarato martedì Donald Trump ai giornalisti, riaffermando il suo piano per trasferire altrove la popolazione palestinese e trasformare la Striscia in una moderna “Riviera” di alberghi e uffici. Seduto al suo fianco nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca, re Abdallah di Giordania non lo ha contraddetto, dicendosi convinto che si troverà per Gaza “la soluzione migliore per tutti” e che Trump riuscirà a varcare il traguardo lungamente inseguito di portare “pace e prosperità” in tutta la regione. Più tardi, tuttavia, il re ha postato sui social che la Giordania si oppone al trasferimento dei palestinesi da Gaza. Sul “piano Trump”, un’iniziativa che ha preso tutti di sorpresa, inclusa la maggior parte del suo staff, circolano ipotesi di ogni tipo. Ecco le più citate da indiscrezioni, esperti di Medio Oriente e commentatori.
Un bluff
L’idea del presidente sembra talmente fuori dagli schemi (“out of the box”, come dicono gli analisti in inglese), così contraddittoria rispetto a mezzo secolo di politica americana sulla questione, da indurre alcuni a considerarla un bluff: soltanto in seguito Trump rivelerà le carte che ha in mano e si capirà cosa vorrebbe concretamente fare di Gaza.
Pulizia etnica
Associazioni per i diritti umani, condannandola, ed estrema destra israeliana, festeggiandola, hanno invece accolto la proposta del capo della Casa Bianca come un segnale di luce verde per una gigantesca operazione di pulizia etnica: svuotare completamente la Striscia dai suoi oltre due milioni di palestinesi. Meno chiaro il modo in cui verrebbe svuotata: poiché il presidente ha escluso l’utilizzo di forze americane, presumibilmente toccherebbe a Israele.
Ma se l’esercito di Gerusalemme non è riuscito a eliminare del tutto Hamas in sedici mesi di guerra e bombardamenti, causando quasi 50 mila morti, un’impresa del genere richiederebbe ancora più mezzi e più sangue. Nemmeno è chiaro a chi sarebbe destinata Gaza, una volta svuotata: Trump ha detto nelle sue varie esternazioni che sarebbe abitata dalla “comunità internazionale”, ma l’estrema destra israeliana aspira ad annetterla e a riempirla di insediamenti. In ogni caso, un’ipotesi simile violerebbe tutte le norme dell’Onu e sarebbe presumibilmente condannata dall’intero mondo arabo.
Esodo volontario
Un’altra possibilità lasciata balenare da Trump è che si tratterebbe di un esodo volontario, non forzato: ovvero di convincere Egitto, Giordania e forse altri Paesi ad accogliere i palestinesi che da Gaza sono disposti ad andarsene.
Il presidente americano ha prima parlato di un trasferimento temporaneo, quindi definitivo, spiegandolo così: “I palestinesi, una volta trasferiti altrove, non vorranno più tornare a Gaza, perché avranno case più belle, servizi migliori, un diverso standard di vita”. Poiché in una simile ipotesi è verosimile che non se ne andrebbero tutti, l’obiettivo potrebbe essere solo quello di ridurre la popolazione della Striscia dagli attuali due milioni a un milione e mezzo di persone o forse anche meno.
Esilio di Hamas
Se è soltanto la mossa di apertura di una partita ancora tutta da giocare, un’altra possibilità citata a Washington è che Trump parli di svuotare Gaza dai palestinesi per convincere Egitto e Qatar, i mediatori arabi del cessate il fuoco, con il sostegno del resto del mondo arabo a presentare “una proposta alternativa”, come il Segretario Generale della Lega araba ha annunciato che accadrà al vertice in programma a fine mese e come nota fra gli altri Joshua Steinreich, ex-funzionario dei servizi di sicurezza israeliani ed ex-negoziatore con Hamas).
Un’ipotesi è che questa proposta alternativa consista nello svuotare Gaza non dell’intera popolazione palestinese, bensì soltanto delle migliaia di militanti di Hamas ancora vivi e armati, o almeno dei loro leader e comandanti, offrendogli l’esilio. Qualcosa di simile è già accaduto: quando Israele invase il Libano nel 1982 per distruggere le basi da cui veniva attaccato dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), guerra che fece non meno vittime di quella odierna di Gaza e si concluse con un salvacondotto per l’esilio in Tunisia per Yasser Arafat e buona parte dei suoi guerriglieri.
Ma come convincere Hamas a scegliere un’opzione simile? In due modi: il Qatar potrebbe minacciare di arresto i dirigenti di Hamas che vivono sotto protezione sul suo territorio; e la Lega Araba potrebbe persuadere i leader di Hamas nascosti a Gaza che il sacrificio dell’esilio, oltre a salvare loro la vita, permetterebbe la ricostruzione di Gaza e il rilancio del negoziato per dare uno stato ai palestinesi.
Pace e affari
Se appunto quest’ultimo fosse l’obiettivo a lungo termine, è possibile che Trump voglia riesumare il piano di pace da lui presentato durante la sua prima presidenza, nel 2020, snobbato da tutti all’epoca perché prevedeva uno stato palestinese più piccolo di tutte le precedenti trattative, senza smantellare un solo insediamento israeliano in Cisgiordania, lasciando a Israele il controllo della frontiera con la Giordania e dando ai palestinesi come capitale un sobborgo di Gerusalemme est.
Ma con Iran e Hezbollah libanesi indeboliti, e con la prospettiva di miliardi di affari che scaturirebbe da una pace fra Israele e Arabia Saudita, completamento degli accordi di Abramo mediati da Trump nel suo primo mandato, non è escluso che la Casa Bianca punti di nuovo a uno scenario simile. Nel quale Gaza sarebbe amministrata dall’Autorità Nazionale Palestinese, l’organismo che dal processo di pace degli anni Novanta governa il 20 per cento della Cisgiordania (e che governava Gaza fino a quando ne fu espulso da Hamas in un conflitto fratricida nel 2006), ma con un nuovo presidente al posto dell’anziano e screditato Abu Mazen o almeno un nuovo primo ministro.
Mar-a-Gaza
Altri ancora ricordano che tutto il discorso su sviluppare Gaza perché ha 50 km di “spiagge e mare” nacque anni fa dalla bocca di Jared Kushner, genero di Trump, marito di sua figlia Ivanka e spregiudicato businessman con stretti legami con i sauditi.
In qualunque versione, il piano odierno del presidente contemplerebbe dunque la sua visione da costruttore immobiliare: Gaza come un’area da radere al suolo per portare via tonnellate di detriti dopo i bombardamenti israeliani e da ricostruire totalmente con alberghi, ville, shopping-center, casinò, creando “lavoro per tutti”, come Trump ha sottolineato davanti a re Abdallah. E pure creando favolosi guadagni per gli investitori privati che proveranno a trasformare la Striscia in un’altra Mar-a-Lago, il resort del presidente in Florida, o una nuova Dubai. Gestita da chi, resta da vedere.
Soluzione a sorpresa
Trump potrebbe avere in mente qualcos’altro, o una combinazione delle suddette ipotesi. Di certo c’è che all’ex-palazzinaro piace sorprendere, come faceva quando costruiva grattacieli e casinò. E come ha fatto anche da presidente: nel primo mandato, mentre il mondo discuteva sul suo poco convincente piano di pace per Israele e palestinesi, Trump tirò fuori dal cappello la pace fra Gerusalemme e quattro Paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco), che nessuno in quel momento si aspettava.
È il suo modus operandi, come si è visto ieri nella liberazione di un cittadino americano in Russia: non ha mandato a Mosca il capo della Cia o il segretario di Stato, bensì il suo emissario speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff, come lui un immobiliarista, come lui pragmatico e pronto a tutto, che ha messo così a segno un secondo colpo, dopo il cessate il fuoco a Gaza. Non c’è due senza tre? Nel bazar mediorientale, le svolte possono avvenire anche così. Di sicuro il “piano Trump” scompiglia le carte: si vedrà se il castello regge o se sta per crollare tutto.