Kupchan: “L’accordo ora è possibile, ma il tycoon stia attento a non svendere l’Ucraina”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK — Charles Kupchan era li alla Casa Bianca, accanto a Barack Obama quando tutto cominciò con l’invasione della Crimea del 2014. E ora dice: «La telefonata fra Trump e Putin è positiva. Credo finiremo con un conflitto congelato, più che un accordo di pace, ma è importante che il dialogo riprenda. E non penso che questa sia la fine delle relazioni transatlantiche».
Come giudica la chiamata?
«La domanda era quando sarebbe avvenuta, non se. Penso sia positiva, data la situazione in Ucraina. L’amministrazione ha ragione a cercare di porre fine alla guerra e negoziare un cessate il fuoco, e Trump sembra dare alla sua squadra il via libera per ricostruire il dialogo col Cremlino. È positivo che abbia avuto luogo mentre gli Usa sono impegnati anche nel dialogo con l’Ucraina e gli europei. Temevo che Trump scavalcasse tutti per trattare direttamente con la Russia, ma sembra che questa sarà una conversazione multilaterale più ampia, cosa fondamentale. Funzionerà? Forse. C’è una ragi…
NEW YORK — Charles Kupchan era li alla Casa Bianca, accanto a Barack Obama quando tutto cominciò con l’invasione della Crimea del 2014. E ora dice: «La telefonata fra Trump e Putin è positiva. Credo finiremo con un conflitto congelato, più che un accordo di pace, ma è importante che il dialogo riprenda. E non penso che questa sia la fine delle relazioni transatlantiche».
Come giudica la chiamata?
«La domanda era quando sarebbe avvenuta, non se. Penso sia positiva, data la situazione in Ucraina. L’amministrazione ha ragione a cercare di porre fine alla guerra e negoziare un cessate il fuoco, e Trump sembra dare alla sua squadra il via libera per ricostruire il dialogo col Cremlino. È positivo che abbia avuto luogo mentre gli Usa sono impegnati anche nel dialogo con l’Ucraina e gli europei. Temevo che Trump scavalcasse tutti per trattare direttamente con la Russia, ma sembra che questa sarà una conversazione multilaterale più ampia, cosa fondamentale. Funzionerà? Forse. C’è una ragionevole possibilità che i due riescano a raggiungere un accordo con cui l’Ucraina e gli alleati europei possano convivere, ma temo che possa essere cattivo. Trump deve tenere presente che un cattivo accordo è peggio di nessun accordo. Non può permettersi di accettare un risultato che lasci l’Ucraina sotto il controllo della Russia».
Quali sarebbero un accordo buono e uno cattivo?
«Accettabile è quello in cui l’80% dell’Ucraina ancora libera emerge come una storia di successo. Significa un Paese sovrano, economicamente sostenibile e difendibile, che approfondisce i legami con l’Europa. Gli ucraini devono rinviare la soluzione su cosa accadrà al 20% del Paese occupato dalla Russia. La conversazione diventerà difficile non sui territori, ma sulle altre richieste di Putin, inclusi i limiti alle forze armate di Kiev, l’impegno alla neutralità permanente, il riconoscimento dell’Ucraina orientale come parte della Russia, la rimozione delle sanzioni occidentali, un accordo più ampio sulla sicurezza europea che implichi un ritiro delle forze Nato. Sono cose che Putin chiede da prima dell’invasione del 2022 e sono le questioni su cui la discussione sarà più difficile. Un cessate il fuoco, se lo otterremo, porterà ad un conflitto congelato, non un accordo di pace».
Il capo del Pentagono Hegseth ha detto che l’Ucraina non entrerà nella Nato. È sbagliato iniziare a negoziare con una concessione?
«Penso avesse ragione su entrambi i fronti. L’Ucraina non vincerà la guerra e non riconquisterà il territorio detenuto dalla Russia, ed è giusto essere onesti riguardo l’adesione alla Nato che non è nei piani, almeno in tempi brevi. Penso sia stato un errore da parte di Bruxelles promettere l’ingresso nell’Alleanza quando non c’è alcun consenso sul fatto che possa mantenere questa promessa».
Come verrà garantita la sicurezza futura di Kiev?
«La domanda chiave è se Trump continuerà a sostenere l’Ucraina e spero che la risposta sia sì, perché non può sopravvivere senza l’assistenza militare ed economica americana. La sicurezza di Kiev poggia su tre pilastri: primo, darle le armi di cui ha bisogno per difendersi e scoraggiare future aggressioni russe; secondo, costruire pacchetti di sicurezza bilaterali che forniscano all’Ucraina uno status non dissimile da quello di Israele o Taiwan; terzo, un percorso verso l’adesione alla Ue che, quando avverrà, includerà una garanzia di sicurezza da parte europea. Poi ha senso avviare la conversazione su una forza di monitoraggio e mantenimento della pace, da schierare lungo la linea di contatto dopo il cessate il fuoco».
Quale forza?
«Da determinare. Potrebbe essere Onu, Osce o una coalizione di volenterosi. Ne faranno parte gli europei, non gli americani».
L’ingresso nella Nato sarebbe rinviato o escluso?
«Non diranno nulla. Finché Trump sarà al potere non ci sarà alcuna discussione seria sull’adesione dell’Ucraina, ma ci sono anche molti europei non entusiasti di ammetterla».
Mosca dice che Trump ha accettato le cause del conflitto lamentate da Putin. Non è pericoloso?
«Questi comunicati vengono elaborati con lo scopo di cercare di costruire un dialogo. Ci saranno ostacoli molto seri sulla strada da percorrere, ma almeno la conversazione è iniziata».
Non è un ripudio della narrazione occidentale del conflitto?
«Visto quanto la Russia ha fatto in Ucraina, anche Trump e le persone intorno a lui si rendono conto che rappresenta una minaccia continua per la sicurezza europea. Ciò detto, Trump ha ripetuto spesso che la guerra non sarebbe mai avvenuta se fosse stato presidente, e la nuova direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard ha espresso insoddisfazione per l’allargamento della Nato, dicendo che gli Usa e i loro alleati hanno provocato l’invasione russa. Questa amministrazione porta sul tavolo una visione strategica diversa da Biden. Ma: stiamo assistendo alla fine degli Usa come potenza europea, o al loro ritiro dalla Nato? No. Ci sarà pressione sugli europei affinché facciano e spendano di più, ma questo non è l’inizio della fine delle relazioni transatlantiche».