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L’idea della Nato per la pace in Ucraina: “Missione Onu sul terreno con soldati europei e cinesi”

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La presenza di Pechino per evitare il veto russo al Palazzo di Vetro. Si pensa a una missione di 30 mila soldati con Turchia, India e Corea
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BRUXELLES - Un contingente di soldati europei e asiatici, senza gli americani ma con i cinesi. E che agisca sotto l’egida dell’Onu. In vista dei dialoghi tra Trump e Putin per la possibile tregua in Ucraina, i piani per stabilizzare l’area in caso di intesa iniziano a prendere corpo. E il centro dove le simulazioni sono più avanzate si trova a Bruxelles, nel quartier generale Nato dove ieri si è svolto il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina - il formato Ramstein - e oggi si riunirà il vertice dei ministri della Difesa dell’Alleanza.

L’accelerazione impressa dalla riattivazione della linea rossa Washington-Mosca è anche il frutto delle considerazioni in corso su come rendere effettivo il possibile armistizio. I punti di partenza allora sono due: l’Europa, anche con la Turchia, non è in grado di garantire un numero di soldati e risorse adeguate a tutelare il confine russo-ucraino, molto ampio. La Casa Bianca ha già fatto sapere che non intende impegnare suoi uomini. Il sec…

BRUXELLES - Un contingente di soldati europei e asiatici, senza gli americani ma con i cinesi. E che agisca sotto l’egida dell’Onu. In vista dei dialoghi tra Trump e Putin per la possibile tregua in Ucraina, i piani per stabilizzare l’area in caso di intesa iniziano a prendere corpo. E il centro dove le simulazioni sono più avanzate si trova a Bruxelles, nel quartier generale Nato dove ieri si è svolto il Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina - il formato Ramstein - e oggi si riunirà il vertice dei ministri della Difesa dell’Alleanza.

L’accelerazione impressa dalla riattivazione della linea rossa Washington-Mosca è anche il frutto delle considerazioni in corso su come rendere effettivo il possibile armistizio. I punti di partenza allora sono due: l’Europa, anche con la Turchia, non è in grado di garantire un numero di soldati e risorse adeguate a tutelare il confine russo-ucraino, molto ampio. La Casa Bianca ha già fatto sapere che non intende impegnare suoi uomini. Il secondo: per Mosca sarà complicato accettare una forza di interposizione o di peacekeeping composta solo da Paesi dell’Alleanza atlantica. La soluzione praticabile attualmente in discussione, dunque, consiste nel modificare il formato di cui si era parlato nelle settimane scorse. Attivare l’Onu e costituire un gruppo di cui facciano parte eserciti europei, turchi ed asiatici: Cina, Corea del Sud, India e Giappone. A quel punto si tratterebbe di una missione autorizzata dalla Nazioni Unite e potenzialmente in grado di soddisfare le richieste di Washington e di Mosca (e di scongiurare veti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite).

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In ogni caso non si arriverebbe alla dislocazione di 200 mila uomini come era stato ventilato nel recente passato. Il piano allo studio prevederebbe un numero inferiore (l’esempio spesso citato è quello afgano dove erano stanziati poco più di 30 mila unità) proprio perché un ventaglio ampio di nazionalità potrebbe essere in grado di rassicurare tutte le parti. In sostanza per la Russia sarebbe difficile compiere colpi di testa sapendo che sul terreno ci sono truppe di Pechino. Il problema semmai si concentrerà sulla linea di comando per la quale Pechino farà sentire la sua voce.

Ogni soluzione, comunque, parte da una premessa: le garanzie da parte del Cremlino di non mettere in discussione l’intesa. Si tratta di un’assicurazione che la Ue e la Nato considerano fondamentale. Perché nessuno si fida di Putin.

Su questo aspetto si fonda il secondo pilastro delle simulazioni in corso. Una riflessione con connotati “politici” e risvolti militari. Proprio ieri negli uffici del Quartier Generale della Nato in molti facevano riferimento ad un rapporto dell’intelligence danese secondo cui se l’Alleanza Atlantica non si rivelerà salda, ferma e solida in questo frangente, le probabilità che nei prossimi 3-5 anni la Russia possa saggiare nuovamente la resilienza dell’Occidente attaccando un altro pezzo d’Europa sono altissime. Il riferimento implicito è ai Paesi Baltici e alla Moldavia.

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La condizione per un processo di pace reale e duraturo passa dunque dalla necessità di non concedere a Putin una vittoria piena in Ucraina. Molti dei territori conquistati dai russi, come ha confermato ieri il segretario di Stato Usa alla Difesa Hegseth, non torneranno sotto il controllo di Kiev. Nello stesso tempo non si potrà cedere su tutto. In relazione ad una parte delle occupazioni più recenti, dunque, sarebbe preferibile tenere il punto. In questo senso il tempo agisce a favore di Putin, perché sebbene molto lentamente il suo esercito comunque avanza e in un negoziato di questo tipo il punto di partenza fa la differenza. Poi c’è un altro aspetto su cui le analisi in corso si soffermano: secondo i calcoli più recenti la Russia avrebbe perso - tra morti e feriti - circa 800 mila soldati in tre anni.
Quella che doveva essere una guerra lampo e con poche vittime si sta rivelando tutt’altro. Ma - è il timore ai piani alti della Nato - la differenza tra una vittoria piena ed una parziale, sotto il profilo della comunicazione e dei rapporti di forza, potrebbe non essere apprezzabile. Senza tenere conto, infine, che una “pace ingiusta” si trasformerebbe in una spina nel fianco per l’Europa. Sarebbe infatti un pericolo costante per il Vecchio Continente che sul versante della sicurezza non riesce ancora a compiere un balzo in avanti. Basti pensare che proprio quest’anno dovrebbe essere inaugurato il battaglione Ue di 5 mila uomini per il dispiegamento rapido. Una procedura in ritardo e che comunque riguarda un numero di militari estremamente limitato. In più rimane il nodo della spesa. Tenendo presente che la Nato, per realizzare nei prossimi anni solo quello che è già stato concordato, dovrebbe raggiungere una spesa media rispetto al Pil del 3,8 per cento. Un traguardo davvero molto lontano.

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