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Il sogno di Putin è avere Donald sulla piazza Rossa il giorno della Vittoria

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Il Cremlino esulta per un filo diretto che esclude Kiev e l’Europa ora spera in una Jalta 2.0 dove spartirsi il mondo come nel 1945
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MOSCA — A Mosca c’è già chi si proietta avanti e immagina il presidente statunitense Donald Trump seduto al fianco di Vladimir Putin in Piazza Rossa il 9 maggio ad assistere alla Parata della vittoria per gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Vani sogni di gloria? Probabile. Di certo l’invito c’è stato. E in ogni caso oggi si brinda al successo. La telefonata tra il leader del Cremlino e il presidente statunitense, la prima quanto meno confermata ufficialmente da entrambe le parti, non segna soltanto l’inizio «immediato» di negoziati sostanziali sulla pace in Ucraina, ma ricatapulta Putin al centro della scena internazionale dopo tre anni di sanzioni e d’isolamento. Gli riconosce quel ruolo alla pari tanto agognato da leader di una grande potenza.


(afp)

I contatti erano in corso da settimane e avevano coinvolto sia l’amministrazione presidenziale sia i servizi di sicurezza. Le prim…

MOSCA — A Mosca c’è già chi si proietta avanti e immagina il presidente statunitense Donald Trump seduto al fianco di Vladimir Putin in Piazza Rossa il 9 maggio ad assistere alla Parata della vittoria per gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Vani sogni di gloria? Probabile. Di certo l’invito c’è stato. E in ogni caso oggi si brinda al successo. La telefonata tra il leader del Cremlino e il presidente statunitense, la prima quanto meno confermata ufficialmente da entrambe le parti, non segna soltanto l’inizio «immediato» di negoziati sostanziali sulla pace in Ucraina, ma ricatapulta Putin al centro della scena internazionale dopo tre anni di sanzioni e d’isolamento. Gli riconosce quel ruolo alla pari tanto agognato da leader di una grande potenza.


(afp)

I contatti erano in corso da settimane e avevano coinvolto sia l’amministrazione presidenziale sia i servizi di sicurezza. Le prime minacciose dichiarazioni di Trump e il piano di Washington di “una pace attraverso la forza” avevano irritato alcuni consiglieri presidenziali. Putin, però, aveva deciso di soprassedere e intrapreso la strada della pazienza e dell’adulazione. E alla fine è stato ripagato. L’accelerazione è stata improvvisa, dopo il volo a Mosca di martedì dell’inviato statunitense Steve Witkoff e la scarcerazione dell’americano Marc Fogel detenuto in Russia. Lo dimostra il fatto che ieri fosse in programma un incontro tra Putin e i membri del governo. Saltato all’ultimo minuto. Soltanto in serata il portavoce Dmitrij Peskov ha spiegato il perché.

Il reietto dai vertici dei Grandi, l’uomo inseguito da sanzioni e da un mandato di arresto per crimini di guerra, apostrofato come “killer” da Joe Biden, ha incassato un’ora e mezza di conversazione con l’inquilino della Casa Bianca e la promessa reciproca di ulteriori «contatti, inclusi gli incontri di persona». Peskov si limita a riferire soltanto che Putin ha invitato Trump a Mosca, mentre il presidente statunitense accenna anche a «visite dei reciproci Paesi», alludendo a un viaggio di Putin a Washington, impensabile da almeno un decennio. E il colloquio avviene mentre il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth a Bruxelles smorza le speranze di Kiev di entrare nella Nato e ripristinare i suoi confini precedenti all’annessione russa della Crimea nel 2014.

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I propagandisti russi suonano le fanfare. Fanno la conta delle vittorie incassate. Si parte dalle piccole rivincite. Trump ha parlato «prima» e «più a lungo» con Putin che con l’ucraino Volodymyr Zelensky. E menzionando i membri della squadra incaricata di negoziare in Ucraina non ha citato l’inviato Keith Kellogg. «È un bene. Ha fallito. Aveva fatto troppe concessioni all’Ucraina e all’Europa», osserva l’ex consigliere putiniano Sergej Markov. Ma il trionfo più grande resta il ripristino del dialogo con Washington. Un filo diretto che esclude Kiev e l’Europa. La prospettiva di una Jalta 2.0 dove Stati Uniti e Russia si spartiscono il mondo come alla fine della Seconda guerra mondiale. «Sono sicuro che a Kiev, Bruxelles, Parigi e Londra stanno leggendo con orrore il lungo commento di Trump sulla sua conversazione con Putin e non riescono a credere ai loro occhi», gongola il senatore Aleksej Pushkov.
Che si tratti però soltanto dell’inizio di un intenso e arduo negoziato lo si intuisce dai toni moderati e cauti del portavoce Peskov. Nulla a che vedere col post infervorato di Trump. Peskov fa sapere che Putin ha concordato col leader statunitense che «è giunto il momento per i nostri Paesi di lavorare insieme», ma ha anche «sottolineato la necessità di risolvere le cause profonde del conflitto». Il che vuol dire non soltanto riconoscere «le nuove realtà territoriali» e revocare le sanzioni, ma anche un’Ucraina amica, neutrale, disarmata senza «stivali sul terreno». Per Putin qualsiasi missione di “peacekeeping”, che sia europea o statunitense, con o senza ombrello dell’articolo 5 della Nato, è fuori discussione.

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Peskov riassume così: Putin vuole raggiungere «una soluzione a lungo termine», Trump, invece, «una rapida fine delle ostilità». Putin cerca una vittoria che inverta gli esiti della Guerra Fredda e ribalti l’ordine mondiale dominato dall’Occidente, Trump mira a un successo che aumenti il prestigio degli Usa. Ma il divario più grande tra i due è che Putin non ha alcuna fretta. «Pensa che l’Occidente non possa fare nulla per invertire i suoi guadagni territoriali e impedire il crollo dell’Ucraina a lungo termine. Con l’aiuto di Trump, questo processo potrebbe accelerare; senza l’aiuto di Trump, accadrà comunque prima o poi», osserva la politologa Tatiana Stanovaja. Putin è pronto alla maratona. Trump, invece, punta allo sprint. Ecco perché, all’interno della cerchia del Cremlino, qualcuno teme che un incontro tra i due presidenti si potrebbe trasformare in uno scontro. Per Putin, però, sarebbe comunque un altro successo.

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