Il 23 gennaio, poco dopo essere entrato alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha avuto la sua prima telefonata con un leader straniero: non era il premier britannico o un capo di stato europeo, storici alleati di Washington, ma l’erede al trono di una monarchia autoritaria, il principe saudita Mohammed Bin Salman (Mbs). Un “fantastic guy”, un tipo fantastico, disse Trump, entusiasta della conversazione in cui Mbs gli aveva appena promesso 600 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. La special relationship del tycoon con l’ambizioso principe della monarchia più ricca del Golfo risale al primo mandato presidenziale, è un rapporto fatto di simpatia personale e di affari, come quelli che il genero di Trump, Kushner, intrattiene con Riad da diversi anni. Ma adesso Bin Salman aspira al colpo grosso: ottenere lo scettro di mediatore nella “pace del secolo”, e fare di Riad la nuova Jalta dove si riscriveranno gli equilibri di sicurezza tra Stati…
Il 23 gennaio, poco dopo essere entrato alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha avuto la sua prima telefonata con un leader straniero: non era il premier britannico o un capo di stato europeo, storici alleati di Washington, ma l’erede al trono di una monarchia autoritaria, il principe saudita Mohammed Bin Salman (Mbs). Un “fantastic guy”, un tipo fantastico, disse Trump, entusiasta della conversazione in cui Mbs gli aveva appena promesso 600 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. La special relationship del tycoon con l’ambizioso principe della monarchia più ricca del Golfo risale al primo mandato presidenziale, è un rapporto fatto di simpatia personale e di affari, come quelli che il genero di Trump, Kushner, intrattiene con Riad da diversi anni. Ma adesso Bin Salman aspira al colpo grosso: ottenere lo scettro di mediatore nella “pace del secolo”, e fare di Riad la nuova Jalta dove si riscriveranno gli equilibri di sicurezza tra Stati Uniti, Europa e Russia.
Trump ha annunciato mercoledì che il primo incontro con Putin potrebbe essere in Arabia Saudita, il Cremlino ha dato il suo benestare, mentre l’inviato Usa per il Medioriente, il fidatissimo di Trump Steve Witkoff, rivelava che nello scambio di prigionieri con Mosca Mbs ha giocato “un ruolo cruciale”. Non è la prima volta. A settembre, con Biden ancora in carica, Riad aveva mediato per il più grande scambio di prigionieri tra Russia e Stati Uniti dai tempi della Guerra Fredda, erano stati liberati il giornalista statunitense Evan Gershkovich e l'ex marine Paul Whelan insieme a noti dissidenti russi come Ilia Yashin. Dall’inizio della guerra russa in Ucraina, Riad ha facilitato diversi accordi sui prigionieri anche tra Russia e Ucraina grazie alla posizione ambigua mantenuta da Bin Salman nel conflitto.
Pur condannando l’invasione russa, e difendendo in linea di principio la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, l’Arabia Saudita non ha mai voluto isolare Mosca, aderendo alle sanzioni occidentali o anche solo allentando i suoi rapporti di affari con il Cremlino. Ha continuato anzi a collaborare con la Russia nell’Opec+, rifiutando le richieste di Washington di aumentare la produzione di petrolio per far scendere i prezzi e indebolire così Putin. Il 5 ottobre 2022, otto mesi dopo l’inizio della guerra, Bin Salman decise anzi di tagliare la produzione di barili a tutto beneficio anche di Mosca.
Il regno, alle prese con un piano di diversificazione energetica ed economica che il principe ha chiamato Vision 2030, ha diversificato anche la sua politica estera. Mantiene stretti legami di sicurezza con Washington, ma ha rafforzato anche i rapporti diplomatici e commerciali con la Russia e il suo grande sponsor, la Cina. C’è una ragione economica dietro questa strategia: non può permettersi di perdere ricavi petroliferi né la leadership sul mercato del greggio, insidiata dallo shale americano. Ma c’è una ragione prettamente politica: l’Arabia saudita è convinta che in un mondo multipolare sia necessario moltiplicare le alleanze, giocare su più tavoli. Non dimentica come nel 2019 gli americani non abbiano mosso un dito per proteggere il regno dagli attacchi dei filoiranani Houthi alle raffinerie Aramco. L’asse orientale serve dunque ai sauditi per bilanciare l’alleanza storica con gli Usa e far pesare la propria influenza come attore di peso della diplomazia internazionale.
Già nel 2023, Mbs aveva tentato una mediazione ospitando a Gedda una conferenza sul conflitto russo-ucraino a cui hanno parteciparono 40 Paesi, tra cui la Cina. Ora che Trump è tornato nello studio Ovale, Bin Salman vede nel vecchio amico la possibilità di diventare il nuovo principe del negoziato.