Dalla amichevole telefonata tra Putin e Trump sono già trascorse ventiquattr’ore quando il presidente americano spende una parola rassicurante anche per Kiev. L’Ucraina, dice, «farà parte» dei negoziati. Due parole annegate tra l’auspicio di reinserire la Russia nel G8 e mozioni di fiducia al leader del Cremlino: è tutto ciò a cui Kiev si aggrappa, mentre si sgretolano le fondamenta costruite in tre anni di diplomazia e di stragi, di relazioni e trincee. Il negoziato sta iniziando: russi, americani e ucraini saranno alla Conferenza di Monaco, dove Mosca torna protagonista con un’altra sorpresa di Trump. Ma gli ucraini non li incontreranno: «Prima dobbiamo definire la posizione con Usa e Ue».
Non c’è più nulla di scontato, di ovvio. Parlando con i giornalisti durante la visita a una delle centrali minacciate dal conflitto, il presidente Volodymyr Zelensky ieri non tratteneva l’amarezza: «Non è stato bello» che Trump abbia parlato prima con Putin e solo dopo con il suo alleato. Rib…
Dalla amichevole telefonata tra Putin e Trump sono già trascorse ventiquattr’ore quando il presidente americano spende una parola rassicurante anche per Kiev. L’Ucraina, dice, «farà parte» dei negoziati. Due parole annegate tra l’auspicio di reinserire la Russia nel G8 e mozioni di fiducia al leader del Cremlino: è tutto ciò a cui Kiev si aggrappa, mentre si sgretolano le fondamenta costruite in tre anni di diplomazia e di stragi, di relazioni e trincee. Il negoziato sta iniziando: russi, americani e ucraini saranno alla Conferenza di Monaco, dove Mosca torna protagonista con un’altra sorpresa di Trump. Ma gli ucraini non li incontreranno: «Prima dobbiamo definire la posizione con Usa e Ue».
Non c’è più nulla di scontato, di ovvio. Parlando con i giornalisti durante la visita a una delle centrali minacciate dal conflitto, il presidente Volodymyr Zelensky ieri non tratteneva l’amarezza: «Non è stato bello» che Trump abbia parlato prima con Putin e solo dopo con il suo alleato. Ribadiva il vecchio mantra su cui ha costruito la diplomazia ucraina, «nessun accordo senza di noi». Alle spalle della nazione invasa non si tratta. Era la bacchetta sulle dita per riportare i sovranisti europei agli obblighi di lealtà, ma sapeva che oggi il posto al tavolo non è più garantito.
Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, relega Kiev al ruolo di comparsa: «In un modo o nell’altro l’Ucraina parteciperà ai negoziati. Ci sarà un binario bilaterale russo-americano di questo dialogo, e un binario collegato al coinvolgimento dell’Ucraina». Zelensky avverte: «Come paese indipendente non saremo in grado di accettare accordi senza di noi. Lo dico molto chiaramente ai partner: sono liberi di parlare di altri argomenti, ma non accetteremo alcun negoziato bilaterale sull’Ucraina senza di noi».
Quel doppio binario — i massimi sistemi per i soli due grandi, e la crisi ucraina con Kiev al tavolo — sono un rischio ma anche l’unica opportunità per Zelensky. Il nervosismo è alle stelle, l’ufficio presidenziale è in trincea per riprendere le redini. Le pressioni americane per le elezioni a Kiev hanno riacceso il fuoco della politica. Zelensky e il Consiglio per la sicurezza e la difesa hanno varato sanzioni pesanti per l’ex presidente Petro Poroshenko, acerrimo rivale, e per una serie di oligarchi oggi invisi. A Kiev si sussurra possano presto fischiare le manette per Poroshenko, accusato di acquisti di carbone dai separatisti di Donetsk e di accordi vantaggiosi per Mosca e le sue aziende. Sanzioni pesanti anche per Ihor Kolomoisky — il petroliere, banchiere e bancarottiere che fu editore e mentore dello stesso Zelensky, da comico e candidato presidente — e Gennady Bogolyubov, Konstantin Zhevago e Viktor Medvedchuk. I primi due sono accusati di affari con Gazprom e di aver prosciugato le casse della loro banca Privatbank.
Kolomoisky e Bogolyubov possiedono i più grandi giacimenti di manganese del mondo nel bacino di Nikopol. Zhevago uno dei più grandi giacimenti di minerale di ferro in Ucraina, il Poltava Mining and Processing Plant «di cui BlackRock è socio al 7% ma vuole di più», commenta un celebre economista ucraino, Olexy Kushch: «La sostituzione dei gruppi finanziari e industriali oligarchici con multinazionali estere si avvera, e non riguarda solo terre rare».
«Tutti gli alleati ci sostengono: continuiamo la lotta, siamo forti, siamo capaci, ce la faremo», dice il ministro della Difesa Umerov sfoggiando ottimismo distopico. Il capo delle forze armate Syrsky declama «la zona di sicurezza di 500 km quadrati», nel Kursk: rimane solo un terzo dei 1.400 km quadrati conquistati.