PARIGI — «Il trumpismo è un’ideologia dello shock. E noi siamo come conigli abbagliati dai fari» osserva l’ex premier Dominique de Villepin che invoca l’Europa a «decretare uno stato di emergenza».
Gli Usa possono imporre la pace all’Ucraina?
«Sono stato ministro degli Esteri e poi premier ai tempi del presidente americano George W. Bush. Il “bushismo” assomigliava al trumpismo, ma in modo meno forte e meno violento. Quello che ho imparato da quel periodo è che bisogna impegnarsi e opporsi in modo chiaro. Trump è in una logica di potenza, di predazione e di vassallaggio. Oggi è più duro con gli alleati in Europa, che disprezza, di quanto non lo sia con i suoi avversari».
Cosa può fare Volodymyr Zelensky?
«È una tragedia. Non ci sono altre parole quando sei un capo di Stato e sei costretto a dare l’impressione di essere pronto a negoziare ciò che non è negoziabile: la tua sovranità. L’Ucraina non può accettare di essere amputata del venti per cento dei suoi territori. Quale Stato so…
PARIGI — «Il trumpismo è un’ideologia dello shock. E noi siamo come conigli abbagliati dai fari» osserva l’ex premier Dominique de Villepin che invoca l’Europa a «decretare uno stato di emergenza».
Gli Usa possono imporre la pace all’Ucraina?
«Sono stato ministro degli Esteri e poi premier ai tempi del presidente americano George W. Bush. Il “bushismo” assomigliava al trumpismo, ma in modo meno forte e meno violento. Quello che ho imparato da quel periodo è che bisogna impegnarsi e opporsi in modo chiaro. Trump è in una logica di potenza, di predazione e di vassallaggio. Oggi è più duro con gli alleati in Europa, che disprezza, di quanto non lo sia con i suoi avversari».
Cosa può fare Volodymyr Zelensky?
«È una tragedia. Non ci sono altre parole quando sei un capo di Stato e sei costretto a dare l’impressione di essere pronto a negoziare ciò che non è negoziabile: la tua sovranità. L’Ucraina non può accettare di essere amputata del venti per cento dei suoi territori. Quale Stato sopravvivrebbe a questo?».
L’Europa sembra sotto shock.
«Il trumpismo è un’ideologia dello shock che mira a sbalordire alleati e avversari. È una nuova ideologia, ma è anche un’illusione che mette in primo piano lo spettacolo permanente. Ovunque, tutto il tempo, sentiamo Trump, Trump, Trump. E noi siamo come conigli abbagliati dai fari».
È la fine del multilateralismo?
«È l’affermazione della potenza come principale strumento delle relazioni internazionali, con una tecnostruttura come braccio armato. La politica e la tecnologia si sono alleate per dominare tutti gli avversari. Gli Stati Uniti, come la Cina, sognano un interruttore unico che permetta di dominare il mondo intero attraverso la tecnologia. Questo spiega perché siamo entrati in un’era di isteria politica, tecnologica e mediatica».
Come reagire?
«L’Europa deve decretare uno stato di emergenza. Ancora nessuno ha compreso la portata di ciò che ci sta accadendo. Nessun capo di Stato ha osato chiedere a Donald Trump se l’articolo 5 del Trattato della Nato sia ancora valido. In altre parole, se la garanzia di sicurezza sia ora soggetta a condizionalità. Trump esigerà una Trump Tower al posto della Tour Eiffel per salvare la Francia? Se la garanzia di sicurezza diventasse negoziabile, cosa direbbero i Paesi Baltici, i polacchi, i tedeschi? Bisogna prendere atto del cambiamento del mondo».
In concreto?
«Dobbiamo recuperare il controllo di tre cose: la sovranità economica e tecnologica, l’indipendenza strategica e la competitività. Da questo punto di vista, il rapporto Draghi ci indica l’entità dello sforzo da compiere: 800 miliardi di euro di prestito comune».
Chi sono gli alleati di Trump in Europa?
«I movimenti populisti in Europa sono i suoi utili idioti senza capire che stanno svendendo la sovranità e l’identità dell’Europa».
Lei non ha più incarichi ufficiali, intende riprendere un ruolo politico attivo?
«Sono stato uno dei protagonisti durante una delle precedenti crisi nelle relazioni atlantiche. Oggi non ho il diritto di tacere. Voglio portare avanti la battaglia, in Francia e altrove. Non si tratta di partire in crociata contro gli Usa, ma di rifiutare una politica che tradisce ciò che siamo. Questa battaglia mi porterà dove deve portarmi».
Fino a una candidatura per l’Eliseo?
«Non credo nell’uomo provvidenziale, ma sono convinto che possiamo mobilitarci e impegnarci per ricostruire la speranza. C’è una battaglia da combattere, e la combatterò».