✕

Chiedi chi era Navalny, a un anno dalla morte la condanna dell’oblio

Ascolta l'audio

Tra i giovani della “Generazione Putin” che non conoscono il dissidente o non ne parlano perché “è tabù”. Nominarlo equivale a sostenere l’estremismo. Circa 600 i fermi, 20 i processi penali per un fiore o una donazione. Ma la vedova: “Nessuno lo dimenticherà”
3 minuti di lettura

Mosca — Sasha e Nika sgusciano veloci dal sottopasso in piazza Pushkin. Quando chiedi loro di ricordare Aleksej Navalny, le due diciottenni si scambiano a vicenda un’occhiata interrogativa e poi scuotono la testa. «L’abbiamo sentito nominare, ma non sappiamo dire chi fosse». E corrono via. Difficile dire se la risposta sia dettata da reale ignoranza o dagli agenti di polizia che pattugliano svogliati il monumento al poeta, la statua che nel 2017 diventò il punto di ritrovo delle inedite proteste indette proprio dal dissidente morto un anno fa.

Il ventenne Aleksandr, auricolari e piercing, che gironzola davanti alla sede del quotidiano Izvestija poco più avanti, difende così la sua omertà: «Navalny? Lo sapete, è tabù». Neppure la garanzia d’anonimato, oramai prassi in Russia, lo convince a dire di più. Al nome dell’ex leader diventato martire dell’opposizione si ritraggono in tanti. L’innominato in vita è diventato l’Innominabile in morte.

Mosca — Sasha e Nika sgusciano veloci dal sottopasso in piazza Pushkin. Quando chiedi loro di ricordare Aleksej Navalny, le due diciottenni si scambiano a vicenda un’occhiata interrogativa e poi scuotono la testa. «L’abbiamo sentito nominare, ma non sappiamo dire chi fosse». E corrono via. Difficile dire se la risposta sia dettata da reale ignoranza o dagli agenti di polizia che pattugliano svogliati il monumento al poeta, la statua che nel 2017 diventò il punto di ritrovo delle inedite proteste indette proprio dal dissidente morto un anno fa.

Il ventenne Aleksandr, auricolari e piercing, che gironzola davanti alla sede del quotidiano Izvestija poco più avanti, difende così la sua omertà: «Navalny? Lo sapete, è tabù». Neppure la garanzia d’anonimato, oramai prassi in Russia, lo convince a dire di più. Al nome dell’ex leader diventato martire dell’opposizione si ritraggono in tanti. L’innominato in vita è diventato l’Innominabile in morte.

Quando Navalny, come nessun altro, mobilitava le piazze contro il Cremlino, il presidente Vladimir Putin non lo chiamava mai per nome, soltanto “blogger”. E ora che è morto e la sua Fondazione anti-corruzione (Fbk) è stata messa al bando, smantellata e costretta all’esilio, le autorità si rifiutano di rimuoverlo dalla lista di “terroristi ed estremisti”, la stessa affibbiata a militanti dell’Isis o Al Qaeda.

Nominarlo, persino mostrarne la foto o i loghi di Fbk equivale a sostenere l’estremismo. Si rischiano multe o addirittura il carcere. Dal 16 febbraio di un anno fa, quando Navalny si spense in un ex Gulag sperduto dell’Artico dove scontava condanne per oltre vent’anni, 695 persone sono state fermate, la maggior parte mentre deponevano fiori davanti a memoriali improvvisati o sulla sua tomba. Ventuno — rivela l’ong Ovd-info — sono finite davanti a una corte penale.

Prima i giornalisti che avevano seguito le udienze dell’oppositore, poi i suoi tre avvocati condannati un mese fa a pene fino ai cinque anni e mezzo di carcere soltanto per averlo difeso, infine comuni cittadini, almeno 15, che avevano versato piccole somme di denaro a Fbk. Come il chirurgo 46enne Ivan Tishchenko condannato lo scorso dicembre a quattro anni di carcere per una donazione di 3.500 rubli, appena 35 euro.

«Perché Putin ha bisogno di questo? Per spaventarvi», ha commentato la vedova Julija Navalnaja. «Vuole che abbiate paura anche solo di menzionare Aleksej e che gradualmente dimentichiate il suo nome. Ma nessuno lo dimenticherà». Ma la verità è che lo Stato russo ha ucciso Navalny due volte: prima avvelenandolo e logorandolo fino alla morte in prigione e poi facendogli terra bruciata attorno.

La “damnatio memoriae”, la condanna all’oblio, paradossalmente funziona di più proprio tra quella gioventù che un tempo era il nocciolo duro delle proteste che l’infaticabile censore del potere aveva indetto in piazza Pushkin nel 2017 nel suo vano tentativo di candidarsi alle presidenziali dell’anno dopo. I diciottenni che avrebbero votato per la prima volta senza avere conosciuto altro leader che Vladimir Vladimirovich, ma che erano stanchi di non vedere alcun cambiamento. Generazione P, “Generazione Putin”, li avevano battezzati i sociologi.

Dinamico e carismatico, costretto a muoversi sui social per aggirare la censura, Navalny maneggiava bene il linguaggio caro ai teenager fatto di slogan da 140 battute e tormentoni-meme, come le paperelle di plastica diventate il simbolo della sua campagna anti-corruzione, le stesse che tuttora qualcuno lascia sulla sua tomba al cimitero Borisovskoe a sudest di Mosca.

Otto anni dopo un’altra generazione si affaccia alla maggiore età e al primo voto, le regionali di settembre. Ma è una generazione apatica, apolitica. Che di Navalny «non ha mai sentito parlare». Circa il 37% dei russi tra 18 e 24 anni lo ignora rispetto al 30% della popolazione nel suo complesso, dicono i sondaggi del centro indipendente Levada dichiarato “agente straniero”.

«Ho appreso della sua morte l’anno scorso, ma non mi ha toccato. Non sapevo chi fosse», ammette senza imbarazzo la barista 19enne Elena, appostata alla fermata del bus. «Navalny per me era troppo estremista. Io sono per Putin. Per la stabilità», spiega invece la 22enne Nastja, capelli lunghi e faccia brufolosa, aspirante documentarista. «In generale non mi interesso alla politica e non seguo le notizie. Ho smesso tre anni fa. È il mio modo di proteggermi da quello che accade in Ucraina».

Viktor, informatico 24enne, è tra le poche voci fuori dal coro. «Certo che non dimenticherò mai Navalny, anche se stanno facendo di tutto per sopprimerne la memoria collettiva. Domani andrò al cimitero a ricordarlo. Spero ci sia gente». Anche Aleksandra, studentessa ventenne, andrà a rendere omaggio alla tomba. «Lo seguivo sui social. Era ironico, coinvolgente. Ed era l’unico politico a parlarci di futuro e non di passato».

Leggi i commenti