“Noi sauditi siamo mediatori pronti a invitare al più presto i leader di Usa e Russia”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME — Non è passato molto da quando l’Arabia Saudita era considerata un paria internazionale. L’omicidio nel consolato di Istanbul dell’oppositore Jamal Kashoggi aveva gettato sul regno un’ombra lunghissima, oscurando la rivoluzione sociale ed economica che proprio in quegli anni re Salman e soprattutto suo figlio, il principe ereditario Mohammed, avevano iniziato e che ha portato il Paese più conservatore del mondo a cambiare totalmente faccia in pochi anni. Oggi gli anni dell’isolamento e dell’imbarazzo sono un ricordo: Riad è il centro di un’azione che, nel regno ne sono certi, porterà alla pace in Ucraina. E magari a una svolta a Gaza. Faisal Abbas, direttore di Arab News, quotidiano in lingua inglese molto vicino alle posizioni della corte saudita, ha seguito questa evoluzione in prima persona, da dentro i palazzi del potere.
Direttore, come siamo arrivati qui?
«Quello che accadrà qui a Riad a partire da oggi è frutto di sforzi che vanno avanti da tempo: l’Arabia Sau…
GERUSALEMME — Non è passato molto da quando l’Arabia Saudita era considerata un paria internazionale. L’omicidio nel consolato di Istanbul dell’oppositore Jamal Kashoggi aveva gettato sul regno un’ombra lunghissima, oscurando la rivoluzione sociale ed economica che proprio in quegli anni re Salman e soprattutto suo figlio, il principe ereditario Mohammed, avevano iniziato e che ha portato il Paese più conservatore del mondo a cambiare totalmente faccia in pochi anni. Oggi gli anni dell’isolamento e dell’imbarazzo sono un ricordo: Riad è il centro di un’azione che, nel regno ne sono certi, porterà alla pace in Ucraina. E magari a una svolta a Gaza. Faisal Abbas, direttore di Arab News, quotidiano in lingua inglese molto vicino alle posizioni della corte saudita, ha seguito questa evoluzione in prima persona, da dentro i palazzi del potere.
Direttore, come siamo arrivati qui?
«Quello che accadrà qui a Riad a partire da oggi è frutto di sforzi che vanno avanti da tempo: l’Arabia Saudita ha avuto un ruolo di mediazione sia nello scambio fra prigionieri russi e ucraini di qualche giorno fa, che in quello fra cittadini russi e americani nella fase finale dell’Amministrazione Biden. Non solo: abbiamo da subito condannato l’aggressione russa all’Ucraina ma non abbiamo mai chiuso la porta, ci siamo offerti di mediare FIN dal primo giorno. Ho personalmente parlato con il presidente Putin a Mosca a settembre e mi ha espresso apprezzamento per questa posizione, e ancora di più per il lavoro sui prigionieri. Lo stesso mi ha detto il presidente ucraino Zelensky. A tutto questo aggiungiamo il rapporto molto stretto che sin dalla prima Amministrazione lega il presidente Trump al principe Mohammed bin Salman e all’Arabia Saudita in generale: ecco come siamo arrivati qui».
Questo è l’oggi: e domani? Che posizione ha Riad in questo negoziato?
«Quella del mediatore. Portiamo a mettersi sedute intorno allo stesso tavolo persone che in un altro luogo non si sarebbero sedute insieme. Non saremo noi a decidere cosa dovranno fare, non imporremo nulla, ma faciliteremo la discussione. Quello che accadrà dipenderà dal lavoro delle delegazioni: ma certo, il fatto che oltre agli americani oggi, nei prossimi giorni qui a Riad ci saranno funzionari di alto livello da Russia e Ucraina lascia sperare».
Sperare in una pace a breve, intende?
«Se ci saranno progressi, ci aspettiamo che il principe ereditario inviti Putin e Trump a venire in Arabia Saudita in tempi brevi».
Cambiamo scenario e andiamo a Gaza: immagina un ruolo simile per il regno anche su quello scacchiere?
«No, è tutto diverso. Abbiamo su Gaza una posizione chiara che abbiamo ribadito a più riprese: solo il riconoscimento di uno Stato palestinese, solo l’idea di due Stati, potrà portare alla normalizzazione delle relazioni con Israele. Su Gaza siamo direttamente coinvolti e abbiamo un ruolo che ci è stato consegnato dalla Storia e dalla religione a cui non intendiamo abdicare».
A suo giudizio la crisi legata al caso Kashoggi è definitivamente archiviata?
«I Paesi, come le persone, fanno errori: la leadership dell’Arabia Saudita ha riconosciuto immediatamente che quello fu un terribile errore. Non era mai successo prima, non è più successo dopo. Credo che sia molto ingiusto etichettare un Paese solo sulla base di un errore: non dico che quello che è accaduto debba essere dimenticato o perdonato, dico che abbiamo lavorato per la giustizia. E che in questi anni abbiamo usato la nostra influenza economica, religiosa e politica in maniera positiva: penso alle persone che abbiamo evacuato dal Sudan, ai prigionieri in Russia e Ucraina, alla coalizione araba che abbiamo costruito attorno alla soluzione dei due Stati. Non è corretto continuare a giudicarci sulla base di un errore».