Il presidente turco Erdogan, l’equilibrista: ha già mediato in passato e non lascia sola Kiev
di Gabriella ColarussoMesso all’angolo dal summit di Riad, Volodymyr Zelensky vola nell’unica capitale Nato che può cambiare gli equilibri del negoziato ed evitare a Kiev una pace ingiusta: Ankara, il regno di Recep Tayyip Erdogan.
Davanti ai microfoni di mezzo mondo, il presidente turco offre subito un formidabile assist al leader ucraino: «La piena integrità territoriale e l’indipendenza dell’Ucraina sono condizioni indispensabili per qualsiasi pace duratura», scandisce, proponendo la Turchia come «ospite ideale» delle trattative con Mosca.
Può farlo, Erdogan, perché finora è stato l’unico mediatore capace di far parlare le due sponde del Mar Nero. Una prima volta, nell’aprile del 2022, con il summit di Istanbul, fallito per la pretesa russa di condannare Kiev a una occupazione perpetua. E poi nei mesi successivi con l’accordo raggiunto sui corridoi del grano che consentirono a Kiev di riprendere le esportazioni e a Mosca di sbloccare molte partite di cereali.
Il Raìs riuscì dove altri non poteron…
Messo all’angolo dal summit di Riad, Volodymyr Zelensky vola nell’unica capitale Nato che può cambiare gli equilibri del negoziato ed evitare a Kiev una pace ingiusta: Ankara, il regno di Recep Tayyip Erdogan.
Davanti ai microfoni di mezzo mondo, il presidente turco offre subito un formidabile assist al leader ucraino: «La piena integrità territoriale e l’indipendenza dell’Ucraina sono condizioni indispensabili per qualsiasi pace duratura», scandisce, proponendo la Turchia come «ospite ideale» delle trattative con Mosca.
Può farlo, Erdogan, perché finora è stato l’unico mediatore capace di far parlare le due sponde del Mar Nero. Una prima volta, nell’aprile del 2022, con il summit di Istanbul, fallito per la pretesa russa di condannare Kiev a una occupazione perpetua. E poi nei mesi successivi con l’accordo raggiunto sui corridoi del grano che consentirono a Kiev di riprendere le esportazioni e a Mosca di sbloccare molte partite di cereali.
Il Raìs riuscì dove altri non poterono perché in tre anni di conflitto ha giocato su molte sponde, fornendo all’Ucraina droni e componenti militari e rifiutando allo stesso tempo di imporre sanzioni a Mosca, anzi incrementando gli affari con la Russia, senza curarsi delle frizioni con Biden. Al contrario, con il veto durato diversi mesi all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, rabbonì Putin e ottenne da Washington gli F-16.
Migliaia di russi in fuga dal conflitto hanno trovato riparo sul Bosforo, insieme ai capitali di oligarchi come Abramovich. Al Cremlino, Ankara ha continuato a vendere anche materiali dual use, fermandosi solo sotto la minaccia di sanzioni secondarie. Ma, pur flirtando con Mosca, Erdogan non ha mai lasciato sola Kiev.
«L’Ucraina merita di entrare nella Nato», diceva già nel 2023, sostenendo l’idea di un’adesione rapida all’Alleanza che fosse accompagnata dal congelamento del fronte come accaduto con le due Coree. La ragione non era umanitaria ma geopolitica: una Russia espansionista sul Mar Nero non è negli interessi turchi. Il Raìs ha poi dovuto moderare le aspettative di Kiev di fronte al no americano – già in epoca Biden – all’ingresso nella Nato. Ora Zelensky ci riprova. Chiede che la Turchia sia parte centrale nei negoziati con la Russia e gli europei e uno dei Paesi garanti che dovrebbero mettere al riparo l’Ucraina da nuove aggressioni. Ad Ankara non si è parlato di soldati turchi sul terreno, ma è certo che in Europa molti ci pensano.
La Turchia è il secondo esercito più grande dalla Nato, e una potenza esportatrice di droni: ha capacità militari che le capitali Ue non hanno. Quando a sera il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte riferisce della telefonata con Erdogan, appare rincuorato: «È stato bello parlare con il presidente turco. Abbiamo discusso delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e della necessità che tutti gli alleati aumentino la spesa per la difesa». La sicurezza dell’Europa, adesso, passa anche per la Turchia.