✕

Il timore dell’Onu: “L’obiettivo reale di Israele e Usa è annettere la Cisgiordania”

Ascolta l'audio

Per autorevoli fonti del Palazzo di Vetro la deportazione dei palestinesi da Gaza è un bluff: “Netanyahu punta alla West Bank”
2 minuti di lettura

WASHINGTON — Il vero obiettivo a cui punta il governo israeliano è l’annessione della Cisgiordania. Ne sta parlando con l’amministrazione Trump, che non è contraria all’ipotesi. La chiave però è nelle mani dell’Arabia Saudita, che ha il potere di decidere il futuro dei palestinesi, se continuerà a porre la questione dei due Stati come condizione irrinunciabile per qualsiasi accordo in Medio Oriente, oppure rinuncerà nel nome dei propri interessi nazionali da avanzare con l’aiuto degli Stati Uniti. Sono interpretazioni e valutazioni che circolano con forza nei corridoi dell’Onu, tra fonti autorevoli direttamente coinvolte nel dossier regionale.

Il cessate il fuoco a Gaza è avvenuto quando il presidente Trump ha parlato con il premier Netanyahu per dirgli che doveva accettarlo. Fino al giorno prima l’inviato della Casa Bianca per il Medio Oriente, Steven Witkoff, era stato prudente, dicendo che era incerto sulle possibilità di arrivare ad un’intesa. Poi tutto è cambiato con l’inter…

WASHINGTON — Il vero obiettivo a cui punta il governo israeliano è l’annessione della Cisgiordania. Ne sta parlando con l’amministrazione Trump, che non è contraria all’ipotesi. La chiave però è nelle mani dell’Arabia Saudita, che ha il potere di decidere il futuro dei palestinesi, se continuerà a porre la questione dei due Stati come condizione irrinunciabile per qualsiasi accordo in Medio Oriente, oppure rinuncerà nel nome dei propri interessi nazionali da avanzare con l’aiuto degli Stati Uniti. Sono interpretazioni e valutazioni che circolano con forza nei corridoi dell’Onu, tra fonti autorevoli direttamente coinvolte nel dossier regionale.

Il cessate il fuoco a Gaza è avvenuto quando il presidente Trump ha parlato con il premier Netanyahu per dirgli che doveva accettarlo. Fino al giorno prima l’inviato della Casa Bianca per il Medio Oriente, Steven Witkoff, era stato prudente, dicendo che era incerto sulle possibilità di arrivare ad un’intesa. Poi tutto è cambiato con l’intervento personale di Trump, che ambisce al premio Nobel per la pace.

La minaccia del presidente di prendersi la Striscia per farne la riviera della regione, evacuando due milioni di palestinesi in Egitto e Giordania, viene considerata un bluff nella comunità internazionale. Il vero scopo è spingere i paesi arabi a pagare la ricostruzione, senza però legarla alla ripresa del dialogo sulla soluzione dei due Stati come condizione irrinunciabile, perché la componente di destra decisiva per tenere in piedi il governo di Netanyahu non l’accetterebbe mai. E il bluff sta funzionando, perché l’Egitto prepara una proposta per la ricostruzione che, per quanto è trapelato finora ai massimi livelli, non tocca in alcun modo la questione dei due Stati.

Ma Gaza in realtà non è il vero obiettivo. Non interessa a Netanyahu, che l’aveva lasciata poco protetta, rispondendo alle obiezioni sollevate dai suoi stessi leader militari che non era necessario fare di più. Già negli scorsi mesi avevano infatti notato che Hamas non era più considerata una minaccia immediata per gli israeliani, mentre la sua presenza nella Striscia serviva a tenere divisi i palestinesi e allontanare la soluzione dei due Stati.

Il vero obiettivo è sempre stato la West Bank, cioè Giudea e Samaria, le città di Hebron e Nablus, su cui Israele rivendica un diritto biblico, o meglio legato alla Torah. Questo, cioè l’annessione della Cisgiordania, è l’argomento reale discusso con Trump, che è incline ad appoggiare la richiesta di Netanyahu.

La chiave però sta nelle mani dell’Arabia Saudita, e non a caso ieri Trump è andato a Miami per partecipare alla summit dell’FII Institute, considerato dagli osservatori come l’alternativa a Davos organizzata da Riad.

L’interesse del capo della Casa Bianca è economico, ma anche geopolitico. Finora il principe ereditario Mohammed bin Salman, ospite anche delle trattative sull’Ucraina, ha posto i due Stati come condizione irrinunciabile per qualsiasi mossa nella regione. In passato non era così netto, ma è stato costretto ad irrigidirsi a causa della guerra scoppiata come conseguenza della strage di Hamas del 7 ottobre. Se però l’Arabia Saudita cambiasse nuovamente posizione, potrebbe favorire una soluzione che non comprenda la creazione dello Stato palestinese.

Il primo problema è che l’annessione non verrebbe riconosciuta ufficialmente da parte della comunità internazionale, a parte ovviamente gli Stati Uniti e alcuni alleati. Diventerebbe però una realtà di fatto sul terreno, come in parte già accade, ma con la benedizione di Washington e forse un occhio chiuso da parte di Riad.

Il secondo problema sarebbe la demografia, perché su questo i dati non mentono. A meno di riuscire ad evacuare tutti i palestinesi anche dalla Cisgiordania, Israele si ritroverebbe all’interno dei propri confini un’area dove gli arabi fanno figli con numeri non sostenibili dalla sua società. Una grave incognita per il futuro.

Leggi i commenti