GERUSALEMME — Quattro bare nere e un interno Paese che piega la testa al loro passaggio. In uno dei giorni più difficili dal 7 ottobre 2023, Israele ha salutato Oded Lifshitz e i bimbi Ariel e Kfir Bibas, tornati a casa cadaveri ieri dopo essere stati portati via 503 giorni fa, vivi, dal kibbutz di Nir Oz. Hamas ha riconsegnato i corpi ieri mattina a Khan Yunis, nel sud della Striscia. Le bare erano quattro, per l’appunto. In una ci sarebbe dovuto essere il corpo della madre dei due bimbi, Shiri Bibas. Così era stato annunciato. Ma mentre i bimbi sono stati identificati dall’esercito israeliano, la mamma no: l’Idf ha riferito che i resti non sono i suoi. Il dna non corrisponderebbe a quello di nessuno degli ostaggi ancora a Gaza.
«I nostri cuori sono a pezzi. A nome della nazione, chiedo perdono per non avervi protetto quel giorno e per non avervi riportato a casa in vita», ha detto il presidente della Repubblica Isaac Herzog, dando voce al dolore di migliaia di persone scese i…
GERUSALEMME — Quattro bare nere e un interno Paese che piega la testa al loro passaggio. In uno dei giorni più difficili dal 7 ottobre 2023, Israele ha salutato Oded Lifshitz e i bimbi Ariel e Kfir Bibas, tornati a casa cadaveri ieri dopo essere stati portati via 503 giorni fa, vivi, dal kibbutz di Nir Oz. Hamas ha riconsegnato i corpi ieri mattina a Khan Yunis, nel sud della Striscia. Le bare erano quattro, per l’appunto. In una ci sarebbe dovuto essere il corpo della madre dei due bimbi, Shiri Bibas. Così era stato annunciato. Ma mentre i bimbi sono stati identificati dall’esercito israeliano, la mamma no: l’Idf ha riferito che i resti non sono i suoi. Il dna non corrisponderebbe a quello di nessuno degli ostaggi ancora a Gaza.
«I nostri cuori sono a pezzi. A nome della nazione, chiedo perdono per non avervi protetto quel giorno e per non avervi riportato a casa in vita», ha detto il presidente della Repubblica Isaac Herzog, dando voce al dolore di migliaia di persone scese in strada sin dalla mattina lungo il percorso seguito dalle ambulanze che hanno trasportato le bare dal valico di Kerem Shalom all’Istituto di medicina legale di Tel Aviv.
Le televisioni hanno seguito passo passo il convoglio. Avevano scelto invece di non far vedere la consegna dei corpi a Khan Yunis, ma gli echi della cerimonia sono rimbalzati immediatamente in Israele: circondate da miliziani di Hamas armati, le bare sono state allineate su un palco davanti alla folla. Alle loro spalle due poster: sul primo una distesa di feretri avvolti dalla bandiera di Israele e una scritta «ripresa della guerra=ostaggi nelle bare». Sul secondo, un ritratto del primo ministro Netanyahu con la bocca piena di sangue: «Uccisi dal criminale di guerra e dal suo esercito nazista con un missile». Davanti alle bare, il guscio di un missile israeliano. “I due bimbi sono stati uccisi dai loro rapitori durante la prigionia, nel novembre 2023”, dichiara invece un portavoce dell’esercito israeliano.
Alla presentazione è seguita la sfilata verso le macchine della Croce rossa: su ogni feretro la foto del morto e, di nuovo, quella di Netanyahu-vampiro. Uno spettacolo «crudele e abominevole», secondo il l’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk.
La censura scelta dalle televisioni e dai giornali ha funzionato fino a un certo punto. Bastava collegarsi ad Al Jazeera su YouTube per seguire lo show per intero. «A guardare lo spettacolo c’erano tantissimi bambini: questo conferma che a Gaza nessuno è innocente», hanno tuonato i commentatori di destra. Un concetto che è risuonato nelle parole di Netanyahu: «La voce dei morti di chiama. Ci chiede di regolare i conti con i depravati che li hanno uccisi e noi regoleremo i conti. Distruggeremo gli assassini, elimineremo Hamas». Ancora una volta, nessuna richiesta di perdono per gli errori commessi il 7 ottobre 2023 e nei mesi precedenti, quando tutti gli allarmi erano stati ignorati.
Le parole di Netanyahu sono la dimostrazione che su questi quattro corpi nei prossimi giorni si combatterà la battaglia politica sulla fase due del cessate il fuoco, quella che le famiglie dei 66 ostaggi (vivi e morti) ancora a Gaza pretendono parta immediatamente e sulla quale invece l’esecutivo punta i piedi, perché significherebbe prendere in considerazione la ricostruzione della Striscia e capire quale autorità dovrà gestirla. Temi che Netanyahu rifiuta di mettere in agenda. A costringerlo potrebbe essere l’amministrazione Trump: ieri sera, a Washington, c’è stato un incontro fra il suo braccio destro Ron Dermer e l’inviato speciale Usa Steve Witkoff.
Di sicuro, la piazza non lascerà tregua al primo ministro. In attesa di sabato, quando Hamas rilascerà sei ostaggi vivi e Israele seicento prigionieri palestinesi, ieri sera migliaia di persone in lacrime hanno riempito la piazza degli Ostaggi di Tel Aviv. «Non c’è più tempo. Devono tornare tutti e subito», è stato l’urlo collettivo: fra la gente, tanti i palloncini arancioni, il colore scelto per ricordare i bambini dai capelli color carota che più di chiunque altro per Israele hanno incarnato il dramma del 7 ottobre.
In serata però la tensione sale ancora: cinque ordigni (3 detonati e 2 inesplosi) vengono trovati su autobus vuoti nei dintorni di Tel Aviv senza causare feriti. Erano dotati di timer e tutte le esplosioni dovevano avvenire simultaneamente. Secondo fonti investigative, dovevano compiere «un attacco terroristico strategico».