GERUSALEMME – A casa di Oded Lifshitz c’era l’archivio che ogni giornalista sognava: un armadio piccolo dove, ci aveva raccontato suo nipote, questo anziano giornalista teneva i documenti di una vita. Le foto del massacro di Sabra e Chatila, campi profughi palestinesi in Libano, che aveva raccontato per primo, nel 1982, senza mai nascondere il ruolo dei soldati israeliani. Quelle dell’intervista a Yasser Arafat che aveva fatto, ancora una volta, per primo in Israele, quando il leader dell’Olp era ancora considerato un terrorista dallo Stato ebraico. Quell’archivio, come il resto dell’abitazione, è stato ridotto in cenere il 7 ottobre 2023. “Mio nonno è un uomo di pace: e guardate cosa gli è successo”, spiegava qualche mese fa fra le macerie della casa di Nir Oz suo nipote, Daniel, lo sguardo fisso su Khan Yunis, il campo profughi palestinese di Gaza che dalla casa dei Lisfhitz dista sì e no tre chilometri.
Da Khan Yunis torna oggi, dopo 503 giorni il signor Oded: ucciso insieme al sogno della pace che per 60 anni aveva coltivato da giornalista prima, da attivista poi. Con la moglie Yochedev era fra quelli sempre in piazza alle manifestazioni per la pace: i due andavano ogni settimana al valico di Eretz a prendere i palestinesi che avevano bisogno di cure per portarli in Israele: questo non l’ha salvato.
La sua casa, la più vicina al reticolato che divide Nir Oz dalla terra di nessuno prima e da Gaza poi, è stata fra le prime ad essere assaltata il 7 ottobre. I signori Lifshitz si sono nascosti nella loro safe room, ma sono stati raggiunti e portati via: prima lei, 76 anni, rilasciata dopo due settimane, che ai suoi rapitori al momento del distacco disse Shalom, pace, attirandosi mari di critiche in Israele.
Poi lui, 83, ferito alla mano e debolissimo (era stato male nei giorni precedenti). A Gaza si erano perse le sue tracce 20 giorni dopo quando era stato separato dagli altri ostaggi: da allora, più nessun segno di vita. “Grave preoccupazione” era stata espressa qualche mese fa: la frase che Israele usa per indicare la morte quasi certa degli ostaggi. Ma la famiglia non si era arresa: “Siamo qui e ci resteremo fino alla fine. I miei genitori hanno sempre saputo dove era giusto stare in Israele: ora lo sappiamo noi”, ci aveva detto solo qualche giorno fa a Tel Aviv nella piazza degli Ostaggi sua figlia Sharon.
Con Oded Lifshitz non scompare solo uno degli ostaggi israeliani: scompare il sogno che un altro Paese fosse possibile, di una convivenza fra due popoli su una stessa terra, l’idea che l’altro sia un essere umano da ascoltare e prendere in considerazione, non solo un nemico. Suo nipote Daniel ieri sera ha promesso di proseguire sul cammino del nonno: lo farà, forse. Ma la sensazione che in Israele di persone pronte ad andare avanti su quella strada oggi ce ne siano sempre meno è difficile da cancellare.