Beirut, l’orgoglio sciita ai funerali di Nasrallah: “È stato un duro colpo, ma ci rialzeremo”
dalla nostra inviata Gabriella Colarusso(Foto: Gabriella Colarusso)
BEIRUT – Il corpo di Nasrallah avvolto nella bandiera gialla attraversa il pratone in mezzo a una selva di mani alzate, c’è chi lancia la sciarpa, chi un fiore o la maglietta, in cerca del ricordo benedetto. Ali è in lacrime perché s’è fatto fregare: «Mi hanno rubato la rosa che ero riuscito a prendere dalla corona vicino alla bara». Emozione alle stelle, musica pure. D’improvviso tre jet squarciano il suono. Oggi nessuno vola sui cieli di Beirut, tranne gli israeliani.
È l’ultimo smacco alla sovranità del Libano nel giorno del lutto, mentre migliaia di sciiti piangono il leader di Hezbollah ucciso proprio dagli israeliani il 27 settembre scorso. L’aeroporto è chiuso, lo spazio aereo inibito ai voli, ma per due volte durante il funerale gli F35 israeliani sorvolano lo stadio Camille Chamoun di Beirut. Il ministro israeliano Katz rivendica il messaggio: puniremo chi ci colpisce. Ma è una provocazione, che accende gli ottantamila all’interno dello stadio e le altre migliaia accamp…
BEIRUT – Il corpo di Nasrallah avvolto nella bandiera gialla attraversa il pratone in mezzo a una selva di mani alzate, c’è chi lancia la sciarpa, chi un fiore o la maglietta, in cerca del ricordo benedetto. Ali è in lacrime perché s’è fatto fregare: «Mi hanno rubato la rosa che ero riuscito a prendere dalla corona vicino alla bara». Emozione alle stelle, musica pure. D’improvviso tre jet squarciano il suono. Oggi nessuno vola sui cieli di Beirut, tranne gli israeliani.
È l’ultimo smacco alla sovranità del Libano nel giorno del lutto, mentre migliaia di sciiti piangono il leader di Hezbollah ucciso proprio dagli israeliani il 27 settembre scorso. L’aeroporto è chiuso, lo spazio aereo inibito ai voli, ma per due volte durante il funerale gli F35 israeliani sorvolano lo stadio Camille Chamoun di Beirut. Il ministro israeliano Katz rivendica il messaggio: puniremo chi ci colpisce. Ma è una provocazione, che accende gli ottantamila all’interno dello stadio e le altre migliaia accampate fuori o incollate alle radio e alle tv. «A morte Israele, a morte Israele», urla la folla, una marea nera puntellata di giallo Hezbollah e rosso vendetta, le donne di qua, gli uomini di là.
«Labeika ya Nasrallah», tutto per te o Nasrallah. Cinque mesi fa, gli israeliani hanno seppellito a Beirut sud trent’anni di storia libanese uccidendo il capo carismatico di un movimento che, nato negli anni ’80 con i soldi e le armi dell’Iran, era diventato uno Stato più potente dello Stato. Per molti figli del povero Sud sciita, Nasrallah significava riscatto, dopo decenni di marginalizzazione. E orgoglio, costruito sulla cacciata degli israeliani dal sud nel 2000. Poi è arrivata la terza guerra con Israele, e il corpo del capo - ucciso in un bombardamento - è rimasto sospeso come il destino del Libano. Fino a ieri non avevano potuto dargli sepoltura.
I primi si sono accampati allo stadio nella notte, molti venivano dalla valle della Beqaa e dal sud dove Israele continua a bombardare, anche ieri, a Deir Qanoun al-Nahr, il paesino dove verrà sepolto il vice di Nasrallah, Safieddine. Arrivano anche gli alleati regionali, gli iraniani presenti in gran forze: ci sono il ministro degli Esteri Araghchi, lo speaker del parlamento Qalibaf, il vicecapo dei Pasdaran, Ali Fadavi, uno che non si vede molto fuori dall’Iran. «Fate sapere al nemico che la resistenza continuerà finché non avrà raggiunto i suoi obiettivi», manda a dire Khamenei per bocca del suo rappresentante. Ci sono anche gli Houthi, con il pugnale tradizionale legato in vita, e le milizie irachene.
Esponente degli Houti yemeniti (Foto: Gabriella Colarusso)
L’Asse della Resistenza, ferito in profondità, fa mostra di resilienza. «Abbiamo subito un duro colpo, ma ci stiamo rialzando. Questo era il primo passo, rendere onore al nostro amato leader Nasrallah», dice Mahmoud, 28 anni, ingegnere. I canti, le bandiere, le lacrime, il servizio d’ordine servono soprattutto a questo, comunicare forza: Hezbollah è ferito ma non è morto, c’è e resterà. «Non abbandoneremo la scelta della resistenza», promette in video Naim Qassem, il religioso a cui è toccato diventare leader, suo malgrado, dopo che Israele ha eliminato gran parte della catena di comando del movimento. «Abbiamo gli uomini, abbiamo le armi. Non permetteremo all’America di controllare il Paese e a Israele di occupare le nostre terre». La sfida è esistenziale.
La guerra ha incenerito gran parte dell’arsenale bellico di Hezbollah, azzerato la leadership, smantellato la logistica. La caduta dell’alleato Assad in Siria ha fatto il resto, eliminando la principale rotta di rifornimenti dall’Iran. E con il Sud distrutto, ora la comunità chiede il conto: chi pagherà per la ricostruzione? Hezbollah ha promesso fino a 14mila dollari a ogni famiglia per pagare l’affitto e sostituire i mobili danneggiati, poi ci sono le vedove dei martiri da mantenere, il welfare informale che alimenta il consenso. Finora hanno sborsato per i loro elettori 400 milioni da fine gennaio, dice il giornale d’area Al Akhbar. «Ma senza aiuti le casse presto si svuoteranno», dice una fonte vicina al movimento. L’Iran è impegnato a dare ossigeno al suo alleato più importante, «ci sono anche comandanti iraniani sul terreno per rimettere in sesto i ranghi», prosegue la fonte.
(Foto: Gabriella Colarusso)
Ma il punto è che in Libano si è ribaltato il paesaggio politico interno. Alla presidenza adesso c’è Joseph Aoun, sponsorizzato da americani, francesi e sauditi, e a capo del governo il giudice di ferro Nawaf Salam, detestato dagli Hezbollah. La pressione è fortissima.
La scorsa settimana, per dire, le nuove autorità libanesi hanno bloccato un aereo iraniano che doveva atterrare a Beirut: gli israeliani lo tenevano d’occhio, sospettando passaggi di denaro, e avrebbero colpito la pista. Risultato: tre giorni di guerriglia urbana tra l’esercito e i sostenitori di Hezbollah che hanno messo a fuoco e fiamme la strada dell’aeroporto. Nelle stesse ore, i siriani respingevano oltreconfine i trafficanti libanesi legati al movimento.
Se emiratini e sauditi metteranno i soldi per la ricostruzione del Libano, sarà a una condizione sola: che Hezbollah venga detronizzato, sul terreno e in Parlamento. Agli iraniani che lo incontrano dopo il funerale, Aoun lo dice chiaramente: «Il Libano è stanco delle guerre degli altri sul suo territorio, i Paesi non dovrebbero interferire negli affari interni di altri Paesi».
Assediato da tutti i lati, Qassem prova uscire dall’angolo affidandosi all’unico alleato forte ancora in piedi: Nabih Berri, il “grande amico”, oggi vero riferimento degli sciiti. «Israele non otterrà con la politica quello che non è riuscito a ottenere con la guerra», assicura alle esequie il capo di Hezbollah. Ma l’ascolto è già distratto, gli spalti cominciano a svuotarsi.
In fondo, tutta questa gente è venuta per Nasrallah, almeno tre generazioni cresciute con il mito dell’uomo che “ha fatto grande la resistenza”. Lo accompagnano in marcia fino all’ultimo saluto nel mausoleo costruito un chilometro più a nord, a Burj El Barajneh, che è costato a Hezbollah un grosso sacrificio di questi tempi, 40 e passa