“Netanyahu fermi la guerra, Hamas si sradica solo con una soluzione politica”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTEL AVIV — Gershon Baskin è uno dei pochi che ancora riesce a vedere al di là del muro che il 7 ottobre ha eretto tra israeliani e palestinesi, a parlare col “nemico”. Nel 2011 negoziò per Israele il rilascio del caporale Gilad Shalit, e da allora ha sempre mantenuto i canali aperti con i palestinesi. «Non c’è un compromesso possibile: da questo stallo si esce o con l’inizio della fase due dell’accordo, o con la guerra», dice commentando l’impasse dei negoziati Al Cairo e il rischio che la tregua salti.
Sembra di essere tornati indietro di sei mesi: ognuna delle parti è ferma nella sua posizione. Cosa sta succedendo?
«Israele vuole continuare con l’accordo per lo scambio ostaggi-prigionieri senza mettere fine alla guerra, ma Hamas ha accettato l’intesa sul cessate il fuoco a gennaio principalmente perché la fase due prevedeva il ritiro israeliano da Gaza. Credo che Israele non abbia mai avuto l’intenzione di arrivare al ritiro. Netanyahu pensava di convincere Trump ad appoggia…
TEL AVIV — Gershon Baskin è uno dei pochi che ancora riesce a vedere al di là del muro che il 7 ottobre ha eretto tra israeliani e palestinesi, a parlare col “nemico”. Nel 2011 negoziò per Israele il rilascio del caporale Gilad Shalit, e da allora ha sempre mantenuto i canali aperti con i palestinesi. «Non c’è un compromesso possibile: da questo stallo si esce o con l’inizio della fase due dell’accordo, o con la guerra», dice commentando l’impasse dei negoziati Al Cairo e il rischio che la tregua salti.
Sembra di essere tornati indietro di sei mesi: ognuna delle parti è ferma nella sua posizione. Cosa sta succedendo?
«Israele vuole continuare con l’accordo per lo scambio ostaggi-prigionieri senza mettere fine alla guerra, ma Hamas ha accettato l’intesa sul cessate il fuoco a gennaio principalmente perché la fase due prevedeva il ritiro israeliano da Gaza. Credo che Israele non abbia mai avuto l’intenzione di arrivare al ritiro. Netanyahu pensava di convincere Trump ad appoggiare il prolungamento della fase uno e che Hamas l’avrebbe accettato, ma Hamas non lo accetterà».
Perché Netanyahu non vuole la fine della guerra?
«Per sopravvivenza politica. Ha sacrificato gli ostaggi a lungo per questo. I suoi alleati minacciano di togliere l’appoggio al governo se consentirà ad Hamas di rimanere a Gaza. Non ha fatto nulla per lavorare con gli Stati arabi né per rafforzare l’Autorità palestinese in modo tale che sia in grado di assumersi la responsabilità di Gaza».
L’obiettivo del governo israeliano resta “sradicare Hamas”. È possibile farlo con la forza?
«No, la soluzione è solo politica. Hamas detiene ancora 24-26 ostaggi in vita che potrebbero essere uccisi. Netanyahu spera, allungando la fase uno, di riportarne a casa ancora un po’, il resto a quel punto diventerebbe “sacrificabile”. Inoltre, tra gli ostaggi ancora a Gaza ci sono i soldati e Hamas per ognuno di loro vuole 1.000 detenuti palestinesi, cosa inaccettabile per Netanyahu».
L’amministrazione Trump non sembra favorevole a che Israele riprenda la guerra.
«Trump ha detto pubblicamente che Netanyahu può fare quello che vuole. Non sappiamo cosa succede a porte chiuse. Witkoff verrà qui la prossima settimana, sembra impegnato ad arrivare alla fase due, vedremo. L’America di oggi è diversa da tutto quello che abbiamo conosciuto finora. Israele ha votato all’Onu insieme a Corea del Nord, Iran e Russia. Tutto è possibile adesso. Certo la decisione di riprendere la guerra incontrerebbe resistenze anche nell’esercito e nella sicurezza nazionale».
Martedì dal vertice del Cairo possiamo aspettarci una proposta araba per Gaza?
«Lo speriamo. Il piano proposto dagli egiziani dà qualche indicazione: un nuovo governo palestinese, legato ma in qualche modo indipendente da Ramallah, che faccia partire la ricostruzione, senza Hamas. Il grande tema, il tema cruciale, è che succede alle armi e ai combattenti del gruppo».
Hamas potrebbe mai accettare l’esilio e il disarmo?
«Sarebbe molto duro per loro ma non impossibile se legati a un accordo che comprenda la soluzione dei due Stati, accettata dagli Usa. Potrebbero rivendicarla come vittoria».
Crede davvero che la soluzione dei due Stati sia ancora possibile?
«Non c’è un’altra soluzione».
Il leader dell’opposizione Lapid ha lanciato l’idea di consegnare il controllo di Gaza agli egiziani per 15 anni in cambio dell’azzeramento del debito: la trova plausibile?
«Chiunque l’abbia elaborata non sa di cosa parla. L’Egitto non si assumerà mai la responsabilità del governo di Gaza. Ci sono stati negoziati per 15 anni per fare un impianto di desalinizzazione per Gaza nel Sinai e l’Egitto ha sempre detto no. Egiziani, sauditi, emiratini potrebbero assumersi qualche responsabilità sulla sicurezza e la ricostruzione solo se “invitati” da un nuovo governo palestinese senza Hamas».
Chi potrebbe guidarlo?
«Credo che l’unico in grado di farlo sia Nasser al Kudwa, nipote di Arafat, ex ministro degli esteri che ha rapporti con Gaza e con la Cisgiordania, lo sostenne anche Barghouti quando fece la lista contro Abu Mazen. Nasser non accetterebbe una Hamas armata».
Chi comanda ora nella Striscia, il fratello di Sinwar?
«No, lui è un comandante militare, ma non è il capo di Hamas a Gaza. C’è un gruppo di persone alla guida».