L’altra Gaza, tra cecchini e bulldozer: così Israele svuota la Cisgiordania
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTULKAREM – Kefah Yaguri è fuggita con il chador verde e nulla più, lo lava la sera e lo rimette al mattino. Si è accampata col figlio sulla collinetta che è diventata il cinema dei senza casa di Tulkarem e da lì guarda la nuova piccola Gaza, il campo profughi palestinese ormai vuoto e sotto assedio, in questo fronte di battaglia che è diventato il nord della Cisgiordania. «Mi ricordo ancora la guerra dei sei giorni, quando gli israeliani bombardavano con gli aerei e io correvo per nascondermi, ma questa volta è peggio».
I bulldozer dell’Idf hanno aperto una nuova strada scavandola letteralmente in mezzo alle case, un paio di palazzine sono annerite dalle esplosioni, altre sono state buttate giù o fatte saltare in aria. Di notte, si sentono spari. «Forse qualche combattente è ancora dentro, ma la maggior parte è scappata insieme ai profughi: e gli israeliani li stanno a cercare villaggio per villaggio insieme all’Anp», racconta Mohammad che qui è nato e cresciuto. Anche lui irto …
TULKAREM – Kefah Yaguri è fuggita con il chador verde e nulla più, lo lava la sera e lo rimette al mattino. Si è accampata col figlio sulla collinetta che è diventata il cinema dei senza casa di Tulkarem e da lì guarda la nuova piccola Gaza, il campo profughi palestinese ormai vuoto e sotto assedio, in questo fronte di battaglia che è diventato il nord della Cisgiordania. «Mi ricordo ancora la guerra dei sei giorni, quando gli israeliani bombardavano con gli aerei e io correvo per nascondermi, ma questa volta è peggio».
I bulldozer dell’Idf hanno aperto una nuova strada scavandola letteralmente in mezzo alle case, un paio di palazzine sono annerite dalle esplosioni, altre sono state buttate giù o fatte saltare in aria. Di notte, si sentono spari. «Forse qualche combattente è ancora dentro, ma la maggior parte è scappata insieme ai profughi: e gli israeliani li stanno a cercare villaggio per villaggio insieme all’Anp», racconta Mohammad che qui è nato e cresciuto. Anche lui irto sulla collina. «Lo vedi quell’edificio bianco, più alto? Lì ci sono i cecchini israeliani, chi si muove è fottuto».
A Tulkarem non entra più nessuno dal 22 febbraio, quando il governo Netanyahu ha spedito i tank Merkava e le ruspe qui, a Jenin e Nur Shams: non succedeva dal 2002 nel triangolo ribelle del nord, che da anni è teatro di rivolte e scontri armati, Jihad islamica, Hamas, brigate locali: per molti palestinesi questa è la resistenza a un’occupazione sempre più asfissiante, per la destra che governa Israele è un “nido del terrore”.
Sei mesi fa, è infuriata la battaglia: 16 morti tra il 28 e il 29 agosto, tra le vittime Mohammed Jaber, conosciuto come Abu Shujaa, il capo del battaglione Tulkarem. «Gli israeliani hanno sequestrato pure il corpo perché vogliono spezzare le famiglie. Ma non è finita, perché finché c’è l’occupazione ci sarà resistenza», dice Mohammed col furore dei suoi 30 anni. Saeed, che ne ha 20 in più, è immerso in un cinismo pieno di rassegnazione. «Ma quali combattenti, sono rimasti solo i gatti!. Il campo è vuoto. E guardiamoci attorno: la metà dei Lion’s den a Jenin (un gruppo combattente, ndr) li hanno arrestati, gli altri li hanno cooptati nell’Anp. C’è rimasto qualcuno della Jihad o del braccio armato di Fatah, ma non ha forza».
Gli abitanti di Tulkarem sono convinti che dopo Jenin, Nur Shams, gli israeliani passeranno agli altri campi profughi: ce ne sono 19 in tutta la Cisgiordania. E il primo nel mirino è Balata, considerata nuova roccaforte di combattenti. «La verità è che vogliono distruggere il sistema dei campi, perché non vogliono più rifugiati, non vogliono l’Unrwa» – spiega Saed, che ha buona entrature con l’Anp. «Gli israeliani l’hanno anche detto a quelli di Abu Mazen: chiamateli come volete, ma non saranno più Jenin e Tulkarem. E d’ora in poi saremo noi a controllare».
Arriviamo a Tulkarem dopo la vittoria agli Oscar di “No Other Land”, il film che racconta l’annessione di fatto di pezzi della Cisgiordania. Nessuno l’ha visto, ma tutti sanno di che si parla: svuotare e occupare, la strategia israeliana. Dal 7 ottobre, il controllo sul territorio si è fatto molto più pressante, i checkpoint sono arrivati a 900 in tutta la West Bank e ne spuntano di nuovi ogni giorno. Per raggiungere Tulkarem da Ramallah ci possono volere una o quattro ore, dipende dai soldati: è una roulette esistenziale e un groviglio stradale che fa passar la voglia di fare ogni cosa. I coloni intanto conquistano pezzi di terra in più e costruiscono nuovi insediamenti illegali. L’esercito apre la strada.
Per l’Idf Tulkarem è cruciale perché di fronte, a pochi chilometri, c’è Bat Hefer, una tipica colonia israeliana con le casette bianche allineate, il verde curato: si vede a occhio nudo dalla collina degli sfollati. Gli israeliani temono che Tulkarem diventi una nuova Khan Yunis, la base per attaccare i kibbutz del centro di Israele. «Ma qui non siamo a Gaza – sbotta Mohammed - non ci sono tunnel! È solo una scusa per prendersi altre terre».
Il risultato delle recenti operazioni militari sono 37mila nuovi rifugiati solo dai tre campi, il più grande spostamento di popolazione che la Cisgiordania ricordi in tempi recenti. Per quanto lo saranno, nessuno lo sa: una settimana, o anche «un anno», ha dichiarato il ministro della Difesa Katz. Molti hanno raggiunto i parenti in altre città. Un centinaio ha trovato riparo in una scuola poco fuori da Tulkarem.
«Sono arrabbiata, offesa, quelle sono le nostre case, i nostri fratelli», si sfoga Raman che era sola con i suoi tre figli quando sono arrivati i soldati a dirle di andare via. Ora vivono con una coperta a terra e pacchi di riso e pollo portati da volontari. Da povera a poverissima. «Non abbiamo più nulla. Mio marito faceva le pulizie in ospedale, ma la società per cui lavorava ha chiuso». E l’Autorità nazionale palestinese, s’è visto qualcuno? Raman scoppia a ridere: «Appena hanno sentito l’esercito israeliano la polizia s’è nascosta». Asia è la più grande delle sue tre figlie, indossa sorridente un hijab color lilla: «Frequento la scuola dell’Unrwa ma adesso è chiusa e qui non c’è Internet, non posso seguire le elezioni online». Anche per lei un Ramadan senza speranza.