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Il Giubileo più amaro, Nazareth piange i pellegrini perduti con la guerra

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Come a Roma, anche qui le porte sante garantiscono le indulgenze ai fedeli. Ma a causa del conflitto a Gaza il turismo è scomparso. E le botteghe restano chiuse
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NAZARETH – Cinque anni fa, durante la crisi del Covid, Alaa Al Shabi e suo padre hanno fatto una scommessa ardita: hanno investito i loro risparmi per aprire un secondo ristorante, oltre a quello che la famiglia gestisce da generazioni a meno di cento metri dall’ingresso della Basilica dell’Annunciazione, sorta qui a Nazareth nel luogo dove — secondo la tradizione cristiana — l’Arcangelo Gabriele annunciò a Maria la nascita di Gesù. «Abbiamo pensato che il Covid sarebbe passato e che ci sarebbe comunque stato il Giubileo. Che i pellegrini sarebbero tornati». Per un po’ la scommessa ha dato i suoi frutti: «Per due anni e mezzo abbiamo servito dai 300 ai 500 pasti al giorno, organizzati su tre turni diversi nei due ristoranti. Avevamo 29 dipendenti che in certi momenti non bastavano». Quando è arrivato il momento tanto atteso, però, l’apertura dell’anno giubilare, i pellegrini non si sono visti. «Dall’ottobre 2023 non è venuto nessuno, se non piccoli gruppi di asiatici». A servire i ven…

NAZARETH – Cinque anni fa, durante la crisi del Covid, Alaa Al Shabi e suo padre hanno fatto una scommessa ardita: hanno investito i loro risparmi per aprire un secondo ristorante, oltre a quello che la famiglia gestisce da generazioni a meno di cento metri dall’ingresso della Basilica dell’Annunciazione, sorta qui a Nazareth nel luogo dove — secondo la tradizione cristiana — l’Arcangelo Gabriele annunciò a Maria la nascita di Gesù. «Abbiamo pensato che il Covid sarebbe passato e che ci sarebbe comunque stato il Giubileo. Che i pellegrini sarebbero tornati». Per un po’ la scommessa ha dato i suoi frutti: «Per due anni e mezzo abbiamo servito dai 300 ai 500 pasti al giorno, organizzati su tre turni diversi nei due ristoranti. Avevamo 29 dipendenti che in certi momenti non bastavano». Quando è arrivato il momento tanto atteso, però, l’apertura dell’anno giubilare, i pellegrini non si sono visti. «Dall’ottobre 2023 non è venuto nessuno, se non piccoli gruppi di asiatici». A servire i venti indonesiani attesi oggi nel vecchio ristorante, ci penseranno lui e il padre: la nuova struttura invece, è chiusa da mesi. «È già tanto avere questo gruppo», ci racconta.

Benvenuti nel Giubileo che non c’è: mentre decine di migliaia di persone da tutto il mondo arrivano ogni giorno a Roma per varcare le Porte sante elencate nella Bolla di indizione, davanti alle tre chiese che qui, in Terra Santa, garantiscono ai pellegrini le stesse indulgenze di quelle romane, non c’è nessuno. Ad aprire il Giubileo, è stato il 29 dicembre il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, con una messa qui a Nazareth: un momento di speranza in attesa di tempi migliori che però, per ora, non sono arrivati. Anzi: la prospettiva di una ripresa dei combattimenti a Gaza rende il futuro ancora più incerto.

Di questi tempi camminare per l’antico mercato di Nazareth è come fare un tuffo in un luogo abbandonato: chiuse le botteghe, chiusi i ristorantini, chiuse le tante piccole guest house che, dall’inizio degli anni Duemila avevano fatto di questa località nella parte meridionale della Galilea un luogo di villeggiatura non solo per i pellegrini. «Nazareth è una città resiliente: quando abbiamo cominciato a parlare di turismo di pace, ci hanno presi per matti. Ma abbiamo avuto ragione noi: Nazareth era risorta grazie ai tanti piccoli business nati sulla nostra scia. Possiamo farlo ancora», dice Maoz Inon, imprenditore e attivista per il dialogo fra israeliani e palestinesi, l’uomo che per primo ha creduto nella possibilità di un’idea diversa di turismo qui, di una collaborazione fra le varie anime della città. Un’idea che neanche la morte dei genitori nella strage del 7 ottobre 2023 ha scalfito. «Se vogliamo che non accada più, l’unica strada è fare la pace con quelli contro cui abbiamo combattuto», sostiene. Agli occhi di uno straniero, Inon rappresenta la faccia migliore di Israele: un attivista, un pacifista, un uomo del fare che non ha perso la speranza neanche di fronte alla violenza.

Ma condividere la sua speranza non è per niente facile: se davanti alla porta della Basilica dell’Annunciazione a Nazareth non c’è nessuno, al Santo Sepolcro di Gerusalemme e alla Natività di Betlemme la situazione è ancora più complicata. È di pochi giorni fa la notizia dell’ennesimo episodio di sputi contro i luoghi cristiani nella Città Santa: opera di gruppi di ebrei estremisti che, nell’assenza di pellegrini, si sentono sempre più padroni, anche nel quartiere cristiano. Mentre Betlemme che pure — in teoria — si trova a meno di mezz’ora di auto da Gerusalemme, è considerata una meta rischiosa anche dai quei pochi, pochissimi che hanno deciso di venire in Terra Santa.Anche perché, contrariamente a Nazareth che è dentro i confini di Israele, è in Cisgiordania. «Molte persone ci dicono che hanno paura a venire qui, con il rischio che i checkpoint chiudano all’improvviso», spiega padre George, uno dei Francescani della comunità di Betlemme. Così, davanti alla Chiesa di Santa Caterina, adiacente alla Basilica dell’Annunciazione, i cartelloni che ricordano l’anno giubilare restano lì, solitari, in attesa di qualcuno che li guardi.

«Abbiamo invitato i pellegrini a tornare», ci racconta nel suo studio nel convento di San Salvatore di Gerusalemme padre Francesco Patton, Custode di Terrasanta, ovvero il superiore dei Frati Francescani che, in tutto il Medio Oriente, vigilano e proteggono i luoghi sacri. «L’invito è a venire in Terrasanta per ritornare alle radici della fede, ma anche per esprimere in modo concreto vicinanza alla piccola comunità cristiana di qui».

A Betlemme, come a Nazareth, i cristiani hanno in mano il business del turismo: negli ultimi anni il Covid prima e la guerra dopo hanno causato una crisi che ha pochi precedenti. Decine di famiglie sono emigrate, altre si preparano a farlo. «È il Giubileo della speranza. E noi abbiamo bisogno di speranza, ma è sempre più difficile averne», conclude da dietro il bancone del suo ristorante il signor Al Shabi.

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