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Resa dei conti in Siria: 750 morti tra i civili rimasti fedeli ad Assad

(reuters)

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Feroce repressione della rivolta nelle province di Tartus e Latakia dove si concentra la minoranza alawita legata al vecchio regime
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Col sangue di centinaia di alawiti, si sta scrivendo la resa dei conti col vecchio regime. Rastrellamenti, sparatorie, caos ed esecuzioni sommarie nelle province costiere di Latakia e Tartus, le roccaforti della minoranza alawita (11% della popolazione) dove si nascondono i gerarchi fedeli all’esiliato Bashar al-Assad, raccontano il redde rationem tra i nuovi padroni sunniti e chi invece ha sostenuto la dittatura e ora si è organizzato nel Consiglio militare per la liberazione della Siria del generale Ghiath Dallah.

Il bilancio della rivolta, cominciata giovedì con l’assalto alle pattuglie governative nel villaggio di Beit Ana, si aggrava di ora in ora, nonostante il ministero della Difesa dichiari di aver ripreso il pieno controllo delle due province. Da Damasco sono state inviati blindati, tank, artiglieria, elicotteri e migliaia di soldati del Servizio di sicurezza generale composto per la maggior parte dai miliziani di Hts, il gruppo islamista che a dicembre ha messo in fuga Assa…

Col sangue di centinaia di alawiti, si sta scrivendo la resa dei conti col vecchio regime. Rastrellamenti, sparatorie, caos ed esecuzioni sommarie nelle province costiere di Latakia e Tartus, le roccaforti della minoranza alawita (11% della popolazione) dove si nascondono i gerarchi fedeli all’esiliato Bashar al-Assad, raccontano il redde rationem tra i nuovi padroni sunniti e chi invece ha sostenuto la dittatura e ora si è organizzato nel Consiglio militare per la liberazione della Siria del generale Ghiath Dallah.

Il bilancio della rivolta, cominciata giovedì con l’assalto alle pattuglie governative nel villaggio di Beit Ana, si aggrava di ora in ora, nonostante il ministero della Difesa dichiari di aver ripreso il pieno controllo delle due province. Da Damasco sono state inviati blindati, tank, artiglieria, elicotteri e migliaia di soldati del Servizio di sicurezza generale composto per la maggior parte dai miliziani di Hts, il gruppo islamista che a dicembre ha messo in fuga Assad. «Consegnate le armi e voi stessi prima che sia troppo tardi», avverte il presidente ad interim Ahmed al-Sharaa, che da leader di Hts si faceva chiamare al-Jolani, in un videomessaggio ai rivoltosi. «La Siria ha fatto tanti passi avanti ma non farà un solo passo indietro, non potete sostenere la nostra risposta».

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ong basata a Londra che per anni ha denunciato i crimini del regime, sono 745 i civili alawiti uccisi, a cui si aggiungono le perdite delle forze governative e del Consiglio militare capeggiato da Dallah, l’alto ufficiale della dissolta Quarta divisione che era agli ordini di Maher al-Assad, fratello del dittatore. Giovedì il Consiglio militare ha diffuso un comunicato per annunciare di voler combattere «il regime estremista e terrorista» del presidente al-Sharaa. Secondo Damasco, a sostenere il generale Dallah ci sono l’Iran, Hezbollah e la Russia, che nella zona ha due basi strategiche.

Le cifre delle vittime sono da prendere con le molle, ma appaiono coerenti con i filmati diffusi sui social: quartieri in fiamme, uccisioni con un colpo di fucile alla testa, tappeti di cadaveri, umiliazioni, rastrellamenti casa per casa, bombe su aree abitate lanciate dagli elicotteri. Non è possibile confermare con fonti indipendenti l’autenticità dei video né l’identità dei soggetti, alcuni in mimetica, protagonisti delle violenze, ma le testimonianze che si raccolgono al telefono da Latakia, Baniyas, Jableh, Qardaha vanno nella stessa direzione. «Quelli di Hts stanno uccidendo tutti, bambini, donne, entrano nelle case e sparano», afferma un ragazzo alawita di nome Mohammad che non vuole essere identificato con il cognome. «Nel mio villaggio, Al-Sheer vicino a Latakia, centinaia di persone sono state uccise per strada e i media non parlano di questa carneficina». Un altro giovane spiega che venerdì dalle moschee di Idlib è arrivato l’appello alla jihad contro gli alawiti.

Il governo siriano, che ha indetto il coprifuoco a Tartus, Latakia e Homs, ha detto che sta indagando su possibili reati compiuti dai soldati. «Ma gli atti di violenza contro gli alawiti sono stati opera di fazioni e individui che non dipendono dal ministero della Difesa e che hanno approfittato della situazione», sostiene Nasser Zidane, il portavoce dell’amministrazione di Latakia.

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