Msf: “A Gaza manca tutto, la situazione è drammatica”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoGERUSALEMME – Hanno fermato i camion con il cibo, le coperte, i medicinali. Poi hanno interrotto la corrente elettrica, che a Gaza significa spegnere l’unico desalinizzatore, quello di Deir al Balah, che produce acqua potabile. Le scorte si assottigliano, l’assedio israeliano si stringe. «La situazione è drammatica, gli aiuti umanitari non possono diventare una merce di scambio, uno strumento per negoziati politici», dice Myriam Laaroussi, emergency coordinator di Medici senza frontiere (Msf), al telefono dalla Striscia.
Quanto tempo dureranno le scorte che avete immagazzinato durante la prima fase della tregua?
«Non a lungo. Possiamo andare avanti per un paio di settimane con una assistenza medica dignitosa, non è molto tempo. Già adesso abbiamo bisogno di ulteriori forniture soprattutto per quanto riguarda i pazienti con malattie come cancro, diabete, ipertensione, malattie croniche».
Sono arrivate le case mobili promesse nell’accordo?
«No, l’altro punto critico sono proprio gl…
GERUSALEMME – Hanno fermato i camion con il cibo, le coperte, i medicinali. Poi hanno interrotto la corrente elettrica, che a Gaza significa spegnere l’unico desalinizzatore, quello di Deir al Balah, che produce acqua potabile. Le scorte si assottigliano, l’assedio israeliano si stringe. «La situazione è drammatica, gli aiuti umanitari non possono diventare una merce di scambio, uno strumento per negoziati politici», dice Myriam Laaroussi, emergency coordinator di Medici senza frontiere (Msf), al telefono dalla Striscia.
Quanto tempo dureranno le scorte che avete immagazzinato durante la prima fase della tregua?
«Non a lungo. Possiamo andare avanti per un paio di settimane con una assistenza medica dignitosa, non è molto tempo. Già adesso abbiamo bisogno di ulteriori forniture soprattutto per quanto riguarda i pazienti con malattie come cancro, diabete, ipertensione, malattie croniche».
Sono arrivate le case mobili promesse nell’accordo?
«No, l’altro punto critico sono proprio gli alloggi. Le condizioni di vita delle persone sono terribili, molti si sono arrangiati in rifugi artigianali, che hanno tirato su rimediando pezzi di stoffa o cartoni, ma non sono vere tende. La maggior parte delle persone a Gaza city è tornata in edifici completamente distrutti, in cui è impossibile vivere. E c’è anche un altro problema urgente».
Quale?
«L’acqua. Gli israeliani hanno imposto alle organizzazioni umanitarie il bando sui materiali cosiddetti “dual use”, che ritengono possano essere usati per scopi umanitari ma anche militari. Le tubature rientrano tra questi, sono vietate e dunque è impossibile riparare il sistema idraulico che è stato distrutto dalla guerra. L’acqua arriva con i camion. Lo stesso vale per i generatori e il carburante, significa che tra poco non potremo più gestire gli ospedali, vuol dire niente rianimazioni, reparti pediatrici, maternità».
Quali pazienti hanno più bisogno di aiuto?
«I bambini, perché sulle unità pediatriche c’è una grossa insufficienza, e le persone che hanno malattie croniche e necessitano di cure costanti. Abbiamo bisogno di materiali per i laboratori, ma non possiamo farli entrare e questo vuol dire non essere in grado per esempio di fare le analisi ai diabetici. È come se lavorassimo ciechi. C’è una enorme preoccupazione che la guerra riprenda. Lo diciamo dall’inizio del conflitto: Israele deve aprire i valichi, gli aiuti umanitari non possono diventare uno strumento di trattative. Potremmo fare molto di più per aiutare le persone se i valichi fossero aperti e se le liste dei materiali “dual use” venissero modificate. Ma ora c’è di nuovo il blocco su tutto».
I tagli all’agenzia americana Usaid hanno un impatto sul vostro lavoro?
«Non direttamente perché non abbiamo donatori esterni, ma colpiscono altre organizzazioni. A un certo punto la loro capacità operativa diminuirà e questo avrà conseguenze negative anche sul nostro lavoro».
Abbiamo visto foto della cena di Iftar tra la macerie. Come sta vivendo la popolazione questi giorni di Ramadan?
«Con Il cessate il fuoco hanno respirato per un attimo. Ma sono tutti sopraffatti, stressati, non si sentono più considerati esseri umani con i loro bisogni, si sentono strumenti. La possibilità che la guerra riprenda terrorizza tutti. Sarebbe più che una tragedia. Non può e non deve succedere».