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Siria, ancora stragi: ecco chi sono i generali di Assad dietro la rivolta

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Più di 800 civili trucidati dalle forze governative negli scontri con i fedeli all’ex dittatore, guidati da alti ufficiali del vecchio esercito. Al-Sharaa: “Serve unità nazionale”
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La misura del massacro siriano è data da una cifra che non è una stima ma un’ammissione di debolezza. Le forze di sicurezza governative riferiscono di aver perso «almeno 150 uomini più altri 300 catturati» nell’insurrezione di Latakia e Tartus, divampata giovedì e tutt’ora in corso. Alla Reuters hanno detto che i soldati uccisi sono di più, circa 300. Di fronte all’entità delle perdite subite da chi è stato mandato a stanare «i resti del regime», come il presidente Ahmed al-Sharaa ha definito i rivoltosi, diventa plausibile il conteggio fatto dalle ong siriane: più di 800 civili trucidati a sangue freddo, quasi tutti appartenenti alla comunità alawita da cui Bashar al-Assad, durante la dittatura, pescava la classe dirigente.

Le informazioni e i filmati che arrivano dall’area costiera, storica roccaforte alawita (la fazione sciita che rappresenta l’11 per cento della popolazione), sono atroci: esecuzioni di massa, cadaveri trascinati e vilipesi, interi quartieri in fiamme, fosse comun…

La misura del massacro siriano è data da una cifra che non è una stima ma un’ammissione di debolezza. Le forze di sicurezza governative riferiscono di aver perso «almeno 150 uomini più altri 300 catturati» nell’insurrezione di Latakia e Tartus, divampata giovedì e tutt’ora in corso. Alla Reuters hanno detto che i soldati uccisi sono di più, circa 300. Di fronte all’entità delle perdite subite da chi è stato mandato a stanare «i resti del regime», come il presidente Ahmed al-Sharaa ha definito i rivoltosi, diventa plausibile il conteggio fatto dalle ong siriane: più di 800 civili trucidati a sangue freddo, quasi tutti appartenenti alla comunità alawita da cui Bashar al-Assad, durante la dittatura, pescava la classe dirigente.

Le informazioni e i filmati che arrivano dall’area costiera, storica roccaforte alawita (la fazione sciita che rappresenta l’11 per cento della popolazione), sono atroci: esecuzioni di massa, cadaveri trascinati e vilipesi, interi quartieri in fiamme, fosse comuni. Il flusso delle notizie è inquinato dalle fake news diffuse dai sostenitori dell’esiliato Assad, ma quasi tutte le testimonianze indicano che a compiere gli atti più efferati sono i miliziani sunniti, sia quelli inquadrati nel Servizio di sicurezza generale del nuovo governo sia i cani sciolti della galassia jihadista che ha appoggiato Hayat Tahrir al Sham (Hts) nella presa di Damasco. C’è anche chi attribuisce responsabilità agli assadisti: a Hai Al Kusor, sobborgo di Baniyas, gli abitanti raccontano di «pile di cadaveri ricoperti di sangue» e di pogrom condotti non dai governativi ma da brigate locali. «Tra loro c’erano molti stranieri, alcuni erano ceceni».

Per dimostrare trasparenza all’opinione pubblica internazionale sgomenta, la presidenza siriana ha annunciato la costituzione di un Comitato nazionale indipendente, composto principalmente da giudici però di nomina governativa, chiamato a investigare sugli autori delle violenze contro i civili. «Il Paese sta vivendo una sfida prevista», ha affermato al-Sharaa, l’ex qaedista meglio conosciuto con il nome di battaglia al-Jolani. «Dobbiamo difendere l’unità nazionale e la pace». Nelle stesse ore centinaia di siriani si sono riversati in piazza a Damasco per chiedere la tutela delle minoranze.

La tattica degli insorti si basa su attentati alle infrastrutture (ieri hanno colpito la centrale elettrica di Baniyas) e su imboscate contro i miliziani filogovernativi e i civili sostenitori di al-Sharaa. Secondo l’intelligence siriana sono almeno in 5.000 gli assadisti che hanno ripreso le armi e che si sono rifugiati nei villaggi sulle montagne di Latakia e Tartus.

Dopo le violenze di giovedì è venuto allo scoperto il Consiglio militare per la liberazione della Siria, che raduna ex ufficiali e membri dell’esercito di Assad e alla cui guida c’è, stando a un comunicato, il generale Ghiath Dallah, uno dei comandanti della famigerata e dissolta 4° Divisione delle forze armate siriane. Ma nell’area di Tartus opera da inzio febbraio un altro gruppo di veterani, la brigata Scudo costiero, capeggiata dal generale Muqdad Fatiha, che faceva parte della 25°Divisione delle forze speciali di Assad. Beit Ana è il feudo del generale Suhail al-Hassan, ex capo delle Forze Tigre noto per essere il militare favorito di Assad. A Jableh, nelle prime fasi della rivolta, è stato arrestato Ibrahim Huweija, ex capo dell’intelligence dell’aviazione. «Non permetteremo che forze esterne o locali trascinino la Siria nel caos o nella guerra civile», ha ribadito in serata al-Sharaa, alludendo al sospetto che i gerarchi siano spinti da Russia, Iran ed Hezbollah.

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