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L’ordine di Zelensky: “Ritiriamoci dal Kursk per salvare i soldati”

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La regione russa era stata conquistata come carta negoziale, ma ora le truppe sono circondate: dietrofront forse concordato a Gedda
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KIEV – I soldati russi sono entrati a Sudzha, liberandola. Era il fulcro della controffensiva ucraina iniziata il 6 agosto dell’anno scorso, quando sorpresero all’alba i soldati dell’omonimo posto di frontiera nella regione di Kursk spingendo poi i carri a occupare 1.200 chilometri quadrati di Russia. Si stanno ancora combattendo battaglie feroci, ma il presidente Zelensky ha già annunciato che è finita: «Le nostre truppe stanno portando a termine la loro missione. I russi stanno chiaramente cercando di esercitare la massima pressione e il comando militare sta facendo ciò che bisogna fare: salvare il massimo numero di vite dei nostri soldati».

Solo due settimane fa, il 24 febbraio, Zelensky aveva ribadito quanto fosse cruciale quel lembo di Russia da portare al negoziato: «Ci darà l’opportunità di uno scambio con i nostri territori. Quando si parlerà di integrità territoriale, e dei passi da compiere, sarà di nostro aiuto». Ma quando l’ipotesi di sedersi davvero al tavolo è divent…

KIEV – I soldati russi sono entrati a Sudzha, liberandola. Era il fulcro della controffensiva ucraina iniziata il 6 agosto dell’anno scorso, quando sorpresero all’alba i soldati dell’omonimo posto di frontiera nella regione di Kursk spingendo poi i carri a occupare 1.200 chilometri quadrati di Russia. Si stanno ancora combattendo battaglie feroci, ma il presidente Zelensky ha già annunciato che è finita: «Le nostre truppe stanno portando a termine la loro missione. I russi stanno chiaramente cercando di esercitare la massima pressione e il comando militare sta facendo ciò che bisogna fare: salvare il massimo numero di vite dei nostri soldati».

Solo due settimane fa, il 24 febbraio, Zelensky aveva ribadito quanto fosse cruciale quel lembo di Russia da portare al negoziato: «Ci darà l’opportunità di uno scambio con i nostri territori. Quando si parlerà di integrità territoriale, e dei passi da compiere, sarà di nostro aiuto». Ma quando l’ipotesi di sedersi davvero al tavolo è diventata concreta, il presidente Putin ha ordinato l’attacco in forze per sottrargli la carta dal mazzo. E ci teneva così tanto che ieri è andato a cantar vittoria incontrando le truppe che dopo sette mesi gli stanno restituendo il Kursk. Operazione non completata, per altro: il capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrsky, dice che si ritirano su posizioni più sostenibili ma «manterranno la difesa finché sarà opportuno e necessario».

Già nei giorni scorsi, prima del collasso definitivo, a Kiev rimanevano meno di 300 chilometri quadrati. Ma l’epilogo è così rapido che la coincidenza con il summit in Arabia Saudita non è passata inosservata. Si moltiplicano le speculazioni — senza alcuna conferma — secondo cui la strategia d’uscita dal Kursk, che rischiava di diventare un inutile bagno di sangue per i soldati ucraini rimasti a difendere e a resistere, sarebbe stata discussa e concordata a Gedda. Ma anche ritirarsi non è semplice, quando si è incuneati in una sacca che si stringe ora dopo ora, costretti a fuggire sotto il ronzio dei droni e sotto tiro dell’artiglieria e delle bombe plananti. Diversi squadroni hanno perso il coordinamento con il comando. Le perdite sono alte.

Forse per questo Syrsky ha rimosso il generale Dmytro Krasilnikov, responsabile delle operazioni militari nell’area, scatenando un vespaio di polemiche. Mariana Bezugla, deputata dei Servi del Popolo di Zelensky molto critica con la gestione delle forze armate, lo ha accusato ieri mattina di essersi liberato del generale per regolare conti personali millantando che l’ordine venisse dall’Ufficio presidenziale: «Ho controllato, sei un bugiardo vendicativo».
Ma ciò che adesso tutti si chiedono è se i russi si fermeranno, quando avranno finito di liberare la loro terra. Se rispetteranno un confine che di fatto non esiste, perché la guerra li ridisegna continuamente in base ai rapporti di forza e alla convenienza. Da mesi Sumy è sotto tiro continuo, da li passa la logistica diretta a Sudhza. E lo stesso Zelensky motivò l’attacco nel Kursk come l’esigenza di creare una zona cuscinetto proprio per proteggere Sumy. Il Servizio di frontiera avverte che «i russi portano avanti decine di assalti in territorio ucraino cercando di accerchiare le nostre forze nel Kursk: tentano di attraversare il confine in piccoli gruppi d’assalto e di penetrare il più possibile».

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