KOCANI (Macedonia del Nord) – «Assassini, assassini». Nonni, genitori, nipoti in piazza fianco a fianco, uniti dal dolore, dal lutto, dalla rabbia. Dopo lo shock per quel rogo che in meno di cinque minuti ha trasformato la discoteca Pulse in una fossa comune per 59 ragazzini, le ore di angoscia di amici e parenti carambolati come palline da flipper fra gli ospedali alla ricerca di notizie, quelle di penosa attesa per il prelievo del Dna, Kocani, a un centinaio di chilometri da Skopje, insorge. «Vogliamo giustizia – dice Goran, una vistosa medicazione alla mano e una sotto il mento - E ce la andremo a prendere, come hanno fatto in Serbia».
Lì è stata una pensilina crollata in stazione a dare il via alla protesta che ha fatto franare il governo e oggi spaventa il presidente Vucic, in Macedonia del Nord il malcontento che cova da tempo esplode dopo la morte di 59 ragazzini andati a vedere una band in un locale in cui di regolare non c’era nulla - nè la licenza, nè le uscite di sicurezza,…
KOCANI (Macedonia del Nord) – «Assassini, assassini». Nonni, genitori, nipoti in piazza fianco a fianco, uniti dal dolore, dal lutto, dalla rabbia. Dopo lo shock per quel rogo che in meno di cinque minuti ha trasformato la discoteca Pulse in una fossa comune per 59 ragazzini, le ore di angoscia di amici e parenti carambolati come palline da flipper fra gli ospedali alla ricerca di notizie, quelle di penosa attesa per il prelievo del Dna, Kocani, a un centinaio di chilometri da Skopje, insorge. «Vogliamo giustizia – dice Goran, una vistosa medicazione alla mano e una sotto il mento - E ce la andremo a prendere, come hanno fatto in Serbia».
Lì è stata una pensilina crollata in stazione a dare il via alla protesta che ha fatto franare il governo e oggi spaventa il presidente Vucic, in Macedonia del Nord il malcontento che cova da tempo esplode dopo la morte di 59 ragazzini andati a vedere una band in un locale in cui di regolare non c’era nulla - nè la licenza, nè le uscite di sicurezza, nè gli estintori - eppure lavorava da vent’anni.
«Verità e giustizia ora», scandisce la folla. Non la ferma il vento che inizia a soffiare, né la pioggia che cade gelida. Chi improvvisamente si mette in marcia verso il Comune di Kocani non la vede, non la sente. «Questo non è un incidente, è un omicidio», dice Saska, 15 anni, tre amici morti e altri sei ricoverati. «Alcuni li hanno dovuti portare in Bulgaria perché qui si sono mangiati tutto anche gli ospedali, anche il nostro futuro», aggiunge Nikolaj che è con lei. Al Pulse nella notte fra sabato e domenica non c’erano per puro caso. Monica sì. Attorno a mezzogiorno si presenta in piazza con David, il suo ragazzo, che da Skopje è tornato in paese con il primo autobus, «perché non riuscivo a credere che fosse viva», racconta. «Non lo so neanche io, troppi amici non ce l’hanno fatta», mormora lei.
Sono in coda per una candela e un messaggio sui libroni del lutto, insieme a migliaia di persone. Una marea nera, che si incolonna in un silenzio quasi irreale in una piazza così piena. Parlano i cartelli. «La legge è uguale per tutti», recita uno. «Siamo morti tutti, risorgeremo insieme. Ribelliamoci», esorta un altro. Sono tutti improvvisati, tracciati a pennarello su pezzi di cartone, i volti di chi non ce l’ha fatta si affacciano da stampate fatte in casa.
«Signore, puniscili. Bruciavano come topi, i nostri bambini adorati». È l’urlo di dolore del padre di una delle vittime, Tomco Stojanov, 25 anni appena, a far incrinare la diga. Le parole di un adolescente infagottato in un giubbotto bianco a romperla: «Nessuno dovrebbe morire così. Questi ragazzi avevano sogni, speranze, talenti, avevano un futuro. Se sono morti, è per la corruzione che distrugge questo Paese».
Improvvisamente, la folla è un corpo unico che si incolonna, attraversa il fiume e poi in fretta si dirige verso il municipio, dove solo un fitto cordone di polizia frena l’assalto. Sulla facciata bianca arrivano le uova, poi pietre, bottiglie, pezzi di cartelli strappati via e lanciati contro la “casa” del sindaco Ljupco Papazov «che per 31 ore non ha detto niente, non ha fatto neanche le condoglianze alle famiglie». Ieri mattina ha solo fatto sapere di aver dato le dimissioni. Sui social.
«Lo hanno sacrificato, significa che hanno paura», dice un avvocato in piazza, «ma è il sistema che ha ammazzato i nostri ragazzi, lo sappiamo tutti». E difficilmente basterà l’arresto dell’ex ministro dell’Economia, Kreshnik Bekteshi, in custodia cautelare insieme a altre tredici persone, per frenare la rabbia che cova da decenni.Al governo, il messaggio è arrivato chiaramente insieme ai fischi che la ministra Vesna Janevska ha incassato ieri mattina alla commemorazione all’università. Oggi la protesta si sposta a Skopje. Nella Macedonia listata a nero per la settimana di lutto nazionale, non sembra più tempo di silenziose preghiere.