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Macedonia, in migliaia in piazza a Skopje. “Il sistema marcio brucia i nostri ragazzi”

La protesta silenziosa è stata organizzata dagli studenti. Nessuna bandiera, solo cartelli. “Vogliamo giustizia”
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SKOPJE – Nessuno slogan, niente urla o cori di protesta. Solo un silenzio lungo sedici interminabili minuti, migliaia di cellulari accesi a far da candele in una piazza nera di gente che rimane ferma. Potrebbe sembrare una semplice, oceanica, commemorazione. È un messaggio. Un’accusa. "Quell’incendio ha segnato un prima e un poi”.

A due giorni dalla strage del Pulse, la discoteca trasformata in una pira per 59 ragazzi, per comprendere la rabbia che, dopo le proteste a Kocani. ha acceso tutta la Macedonia del Nord basta guardare i numeri. Poco più di due milioni di abitanti in tutto il Paese, di cui quasi la metà concentrati nella capitale, 7mila persone che riempiono la piazza principale di Skopje, (diecimila o più secondo gli organizzatori) niente bandiere, solo cartelli. Tutti gridano: “Assassini”.

(afp)

La convocazione arriva dagli studenti. Sono quelli che nell’ultimo anno hanno chiamato la gente in piazza contro indagini arenate, la verità che ancora si aspetta su una ragazza travolta e uccisa da un’auto (di lusso) pirata, per la transizione verde. “Ma a manifestare – spiega Donica – si sono sempre radunate quattrocento, cinquecento persone”. Sotto le insegne dei casinò, dei grandi alberghi, della gigantesca statua del condottiero a cavallo che nessuno nomina ma tutti sanno Alessandro Magno su Bucefalo, martedì sera ce n’erano migliaia. Ordinate. Compunte. Paralizzate in una rabbia gelida: “Ma si può morire per un concerto?”, sintetizza una donna, con il volto e le mani che raccontano una vita di lavoro.

I partiti non ci sono. Prenderebbero fischi, o peggio. Ci ha provato la ministra dell’Istruzione a presentarsi all’Università, capitalizzando l’indagine che in parte tocca il ministero dell’Economia, chiamato all’erogazione delle licenze, e un tempo in mano all’opposizione. È stata seppellita dai fischi e portata via di gran corsa.

“Li vedi questi casinò? E gli hotel a cinque stelle? - sibila Danko, laureando in legge, mentre indica i lussuosi palazzi che si affacciano sulla piazza - Lo sai che in tutta la Macedonia del Nord non c’è un centro grandi ustioni per molti dei feriti sono stati trasferiti all’estero?”. Quattro sono in Italia, tra Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, una ventina in Serbia, dove il presidente Aleksandar Vucic non ha rinunciato alla controversa photo opportunity in terapia intensiva, altri trenta fra Turchia, Bulgaria, Grecia. I più non sono in condizioni di essere spostati. Per questo in Nord Macedonia sono arrivati specialisti da Turchia, Serbia, Bulgaria e Grecia.

La rabbia in piazza è un sussurro che serpeggia fra i cartelli improvvisati. “La corruzione brucia gli innocenti”, dice uno. “'Per avidità avete ridotto in cenere i nostri giovani”, accusa un altro. “'Il sistema marcio uccide i ragazzi”, si legge su un pezzo di cartone grande quanto un foglio A4

I familiari delle vittime non ci sono. Sono davanti all’obitorio dove si stanno completando le autopsie e in attesa di accogliere le salme che verranno salutate in tutto il Paese giovedì 20, gli altri concentrati davanti agli ospedali.

(afp)

Ci sono i musicisti, una comunità piccola in un Paese grande come una regione italiana. Sparpagliati. Silenziosi. Orfani. I Dnk erano una band storica, che aveva prodotto e aperto la strada a tanti giovani artisti e dj. Di tutta la crew ne rimane uno, più un paio di storici collaboratori. “È un pezzo della nostra identità culturale che viene cancellata”, spiega Danko, noto dj che di Andrey e Pancho, i due cantanti del gruppo, era amico stretto.

Il servizio d’ordine è discreto. Sono studenti, si sono organizzati con pettorine gialle e megafoni quasi giocattolo. Dettano i tempi del silenzio, la folla come un solo uomo esegue. Per sedici lunghissimi minuti, nel pieno centro di Skopje si sentono solo i guaiti dei cani randagi, i click delle macchine fotografiche, le frustate delle bandiere issate a mezz’asta e agitate dal vento. “Grazie”, risuona dai megafoni. E la folla si scioglie. Ai piedi della statua rimangono candele e fiori. “Ma non finisce qui”.

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