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L’Ungheria di Orbán vieta il Pride: “Proteggiamo i bambini dalla propaganda Lgbtq+”

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Dopo trent’anni stop per legge alla marcia per i diritti. Ma gli organizzatori e il sindaco di Budapest promettono battaglia
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A Budapest non è più tempo di Pride. La prima marcia per i diritti Lgbtq+ si svolse nella capitale ungherese nel 1997, ma già nel 1992 si era tenuto un Pink Picnic. Ora, quasi trent’anni dopo, il vento internazionale è cambiato e Viktor Orbán dice basta.

Fidesz, il partito di ultradestra del primo ministro sovranista, alleato di Vladimir Putin, Donald Trump e Giorgia Meloni, ha presentato ieri in Parlamento una legge per vietare da quest’anno la marcia del Pride, che era prevista per il 28 giugno lungo il centrale viale Andrassy. La norma viene giustificata con la necessità di «proteggere i bambini», in linea con le politiche omofobe di Orbán, il quale nel giugno del 2021 ha proibito la cosiddetta «propaganda omosessuale» in ambiti in cui ci sono dei minori, dalle scuole alla tv.

(reuters)

Che cosa dice la legge anti-Pride

La legge, che passerà facilmente visto che la maggioranza di governo ha due terz…

A Budapest non è più tempo di Pride. La prima marcia per i diritti Lgbtq+ si svolse nella capitale ungherese nel 1997, ma già nel 1992 si era tenuto un Pink Picnic. Ora, quasi trent’anni dopo, il vento internazionale è cambiato e Viktor Orbán dice basta.

Fidesz, il partito di ultradestra del primo ministro sovranista, alleato di Vladimir Putin, Donald Trump e Giorgia Meloni, ha presentato ieri in Parlamento una legge per vietare da quest’anno la marcia del Pride, che era prevista per il 28 giugno lungo il centrale viale Andrassy. La norma viene giustificata con la necessità di «proteggere i bambini», in linea con le politiche omofobe di Orbán, il quale nel giugno del 2021 ha proibito la cosiddetta «propaganda omosessuale» in ambiti in cui ci sono dei minori, dalle scuole alla tv.

(reuters)

Che cosa dice la legge anti-Pride

La legge, che passerà facilmente visto che la maggioranza di governo ha due terzi dei seggi, prevede anche multe, da 500 euro, per eventuali trasgressori: i partecipanti, inoltre, verranno individuati dalle telecamere attraverso software per il riconoscimento facciale. Gli organizzatori – a cui a febbraio Orbán aveva consigliato di evitare quest’anno di «sprecare tempo e denaro» – hanno già replicato che dal Pride non arriva nessuna minaccia per i bambini e la libertà di manifestazione è un diritto costituzionale: pertanto, dicono, quest’anno ci sarà ancora più necessità di scendere in piazza. Opinione condivisa dal sindaco di Budapest, il liberale Gergely Karacsony, che su Facebook si è augurato che il prossimo Pride sia «il più grande di sempre».

L’opposizione interna

Si tratta solo dell’ultima crociata di Orbán contro i diritti Lgbtq+ e in generale verso i diritti civili, dalla stretta contro media liberi e ong all’Ufficio per la tutela della sovranità. Le sue battaglie si sono intensificate nell’ultimo anno con il mutare del contesto interno e internazionale. In patria il leader sovranista ha visto crescere la competizione a causa della crescita del suo ex conservatore Peter Magyar, conservatore moderato, il cui partito Tisza nei sondaggi è un punto davanti a Fidesz, 41% contro 40%, a un anno dalle prossime elezioni. In Europa, soprattutto ad est, si va invece diffondendo l’influenza della Russia di Vladimir Putin, che ha ispirato la legge contro la «propaganda omosessuale» e ha vietato il Pride dal 2012.

Un nuovo vento globale

La «normalizzazione» della Russia ha visto un’accelerazione con la ripresa del dialogo tra Mosca e Washington da gennaio, grazie alle aperture dell’altro grande alleato di Orbán, Donald Trump, la cui amministrazione ha subito chiuso i programmi per la diversità. A confermare l’importanza di questo contesto internazionale ci sono le dichiarazione con cui a fine febbraio il portavoce di Orbán, Gergely Gulyás, aveva anticipato la decisione di ieri: «Ora che l’ambasciatore statunitense non può più guidarla – aveva detto – crediamo che la marcia del Pride nel centro della città non debba essere più tollerata». E, proprio come piace a Trump, la settimana scorsa Orbán ha annunciato una revisione costituzionale per stabilire che «o si è uomini o si è donne».

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