GERUSALEMME – «Quando sono morti, i miei figli avevano fame. Non avevo trovato niente da fargli mangiare per il suhoor…». Morire affamati non di fame, ma di bombe. Nel mezzo della notte, nel mezzo del Ramadan che è il mese sacro per i musulmani, su un letto che non è un letto ma una stuoia lurida in una casa diroccata. La voce di Samira al telefono è una cantilena, a tutte le domande la stessa risposta. «Avevano fame». Questa donna di Khan Yunis, neanche 40 anni, ha appena perso due figli e il marito. La morte è arrivata dal cielo all’ora del suhoor, prima dell’inizio del digiuno sacro, quando chi può, mangia qualcosa. Samira e i suoi figli non potevano.
I missili di Israele sono stati lanciati su una popolazione che non sa più cosa sperare. Da 17 giorni nella Striscia di Gaza non entra niente, né il cibo, né i vestiti, né le medicine. Ordine di Netanyahu. «Nessuno si aspettava la ripresa degli attacchi, la gente di Gaza stava dormendo, riparata nelle abitazioni semidistrutte», …
GERUSALEMME – «Quando sono morti, i miei figli avevano fame. Non avevo trovato niente da fargli mangiare per il suhoor…». Morire affamati non di fame, ma di bombe. Nel mezzo della notte, nel mezzo del Ramadan che è il mese sacro per i musulmani, su un letto che non è un letto ma una stuoia lurida in una casa diroccata. La voce di Samira al telefono è una cantilena, a tutte le domande la stessa risposta. «Avevano fame». Questa donna di Khan Yunis, neanche 40 anni, ha appena perso due figli e il marito. La morte è arrivata dal cielo all’ora del suhoor, prima dell’inizio del digiuno sacro, quando chi può, mangia qualcosa. Samira e i suoi figli non potevano.
I missili di Israele sono stati lanciati su una popolazione che non sa più cosa sperare. Da 17 giorni nella Striscia di Gaza non entra niente, né il cibo, né i vestiti, né le medicine. Ordine di Netanyahu. «Nessuno si aspettava la ripresa degli attacchi, la gente di Gaza stava dormendo, riparata nelle abitazioni semidistrutte», riferisce a Repubblica il chirurgo Mohamad Abu Afash. È a Gaza City, le ultime 24 ore le ha trascorse in ospedale a suturare ferite, bendare ustioni, fare massaggi cardiaci, decidere chi curare e chi lasciare andare. «Continuavano ad arrivare bambini insanguinati, avvolti in panni sporchi che assomigliano a sudari, alcuni già morti, altri vivi ma senza parti del corpo… ho fatto ciò che ho potuto con quello che avevo». Quel che ha è quasi niente. Le associazioni umanitarie denunciano da giorni la carenza di farmaci e antidolorifici. «In sala operatoria di solito siamo in due, per evitare contaminazioni e batteri, ieri eravamo in venti, c’era continuo bisogno di aiuto».
A Deir al-Balah Maram Humaid, una giornalista locale, dormiva quando la notte ha preso a latrare. «Non era un incubo, era reale. La guerra è tornata, così, senza alcun preavviso, alle 2.10. Non riuscivo a crederci, pensavo fosse un missile sparato dallo Yemen, non di nuovo Israele. Mia figlia, Banias, si è svegliata terrorizzata, papà, mamma, urlava. E io non riuscivo a tranquillizzarla, la mia mente era nel caos».
Le stesse immagini, di nuovo le stesse immagini. File di fagotti per terra con dentro i figli dei palestinesi di Gaza, la corsa inutile verso gli ospedali. Le abbiamo viste per 16 mesi e ora sono tornate, bambini sulle barelle, famiglie in lacrime, macerie su macerie, sangue su sangue, nelle strade e nei pochi ospedali aperti. «Hanno colpito anche le tendopoli della spiaggia di Al Mawasi, che era zona umanitaria, e io dovrei andare lì per stare sicuro?», si chiede Ahmed Mohammed, sfollato numero centomila e passa. Ieri mattina si è rimesso in marcia per l’ennesimo ordine di evacuazione emesso dall’Idf.
«I bambini e le famiglie di Gaza avevano appena ripreso fiato e ora sono di nuovo in un pozzo di dolore da cui non possono scappare», dichiara Ahmad Alhendawi, responsabile regionale di Save the Children. Centotrenta i minorenni uccisi dal più brutale, e inaspettato, bombardamento. E mancano anche i mezzi per prestare soccorso ai feriti. La Mezzaluna palestinese, un punto di riferimento a Gaza, ha solo 21 ambulanze per tutta la Striscia. «Le 30 che vanno a benzina sono ferme perché non c’è più carburante», spiega Nibal Farsakh, la portavoce. «La gente prova a raggiungere gli ospedali su carretti trainati da asini che per strada si rovesciano». Solo Medici senza frontiere ha ricevuto 75 cadaveri nelle quattro strutture dove opera. «Il nostro personale è stato colto di sorpresa e si è trovato ancora una volta a dover affrontare un grande afflusso di vittime», dichiara la direttrice, Claire Magone. «Siamo inorriditi». A Ramy Abdu, capo dell’associazione Euro-Mediterranean per i diritti umani, i missili hanno ucciso a Gaza City la sorella Nesreen e tutta la famiglia di lei. «Israele può ucciderci, bruciarci vivi, farci a pezzi — ha scritto Ramy Abdu in un post sui social — ma non riuscirà mai a sradicarci dalla nostra terra».