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Macedonia, il cantante-eroe tra i morti nel rogo: “Andrj era tornato indietro per salvare i ragazzi”

Parla il dj che collaborava con la band cancellata dall’incendio: “Al Pulse ho suonato anche io, nessuno avrebbe mai potuto immaginare nulla del genere”
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SKOPJE – “Quando mi hanno detto che Andrj è morto perché è tornato indietro più volte per aiutare dei ragazzi, per prima cosa ho pensato: ‘Perché non ha badato alla sua di sicurezza’. Lo chiamano eroe, ma lui è così. Era così”. Darko Andonov, in Macedonia del Nord meglio conosciuto come dj Irie Scratch, dei Dnk, la band cancellata dall’incendio che ha trasformato in una pira il Pulse di Kocani e ammazzato 59 persone, fa ancora fatica a declinare i tempi al passato, mentre ricorda il sacrificio del suo amico Andrj Gjorgieski, il cantante dei Dnk morto nella tragedia. Era il giovane pupillo dei due cantanti, fra i loro più stretti collaboratori, “ma soprattutto amico personale. Eravamo una famiglia”.

"Andry l’hanno riconosciuto solo dall’orologio”

Una famiglia distrutta in cinque minuti da un incendio tanto rapido, quanto devastante, in un locale in cui di regolare non c’era niente. “La moglie di Andry l’ha riconosciuto solo dall’orologio che ancora portava al polso. Per il resto, del suo corpo è rimasto niente – racconta – Pancho (l’altro cantante del gruppo ndr) e altri tre ragazzi che erano con noi – una delle coriste, il chitarrista, il roadie - sono in ospedale, lottano. Tutti gli altri non ci sono più. Io lo so, è un’informazione che io ho, ma ancora non lo realizzo”, dice.

Infagottato in una felpa grigia si è rifugiato al Three, locale appena fuori dal centro di Skopje che per i musicisti della scena non tradizionale è punto di riferimento. Attorno si muovono i poliziotti spediti dal ministro dell’Interno in tutti i locali del Paese per una campagna straordinaria di ispezioni di sicurezza. “Adesso se ne ricordano”, mormora Maci Stojanovic, gestore, dj e anche lui storico amico di Vladimir “Pancho” Blazev.

Lutto collettivo nel locale casa di tutti

Si muove fra i tavoli, riempiti alla spicciolata dai tanti musicisti, cantanti, dj, tecnici del suono, fotografi, che al Three cercano un rifugio. In un Paese grande come una regione, è facile conoscersi praticamente tutti. Il lutto è collettivo, come la rabbia che sta accendendo il Paese.

Dall’ospedale in cui è ricoverato ancora in coma arriva anche la moglie del cantante. È una ragazzona dai capelli rossi, arrotolati sulla testa in uno chignon frettoloso, il viso pallido di chi non dorme da giorni e zero voglia di parlare. “Qui non ce n’è bisogno. Sentiamo tutti la stessa cosa”, spiega Maci. Darko ci prova, litiga con le lacrime che premono e rompono il racconto.

“Solo per caso non ero lì”

“Quella sera – racconta – solo per caso non ero lì con loro. Mi si era spento il cellulare. Attorno alle 3, la moglie di Pancho mi ha contattato tramite la mia ragazza. Inizialmente non ho capito che la situazione fosse così grave. Solo quando sono arrivato in ospedale mi sono reso conto”. Racconti dei soccorritori, dei media, social, la storia di quella notte l’ha messa insieme poco a poco. “Andrj è arrivato vivo in ospedale, ma la situazione era troppo, troppo grave”. Ci hanno sperato tutti fino all’ultimo, ma nel pomeriggio è arrivata la notizia della sua morte. Sui social, è stata subito una valanga di messaggi. Di amici, di musicisti e colleghi di mezza Europa, di fan.

La colonna sonora di due generazioni

“I Dnk sono sulla scena da vent’anni. Hanno costruito tanto e aiutato altri a costruire i propri progetti, ma erano anche impegnati nel sociale. Non c’è fondazione che non abbia ricevuto il loro supporto”, spiega Darko. E non per una sorta di pubblica captatio benevolentiae o subdola forma di marketing. “Per farti capire, questi ragazzi erano quelli capaci di comprare mezzo banco di fiori a una vecchietta per evitare che stesse al freddo in attesa di vendere qualcosa”. E no, ripete più e più volte, “non si atteggiavano a grandi star”. Avrebbero potuto, i loro pezzi fanno parte della colonna sonora pop/rnb della vita di diverse generazioni in Macedonia. “Ma erano ragazzi semplici", insiste e mostra le ultime foto, scattate prima del concerto a Pulse, mentre mangiano un boccone in un normale bar di Kocani, o quell’ultima intervista in cui Andrj dice “sono un ragazzo di quartiere e voglio rimanere questo”. Qualche giorno fa Pancho mi ha chiamato, invitandomi a casa per bere un paio di birre, mangiare qualcosa e suonare insieme, ma non potevo, ho rinviato. Vorrei poter tornare indietro”, mormora.

Ruspe nei cimiteri per scavare le tombe

Rimane il rimpianto, la speranza per chi ancora lotta, la rabbia. “Sai – spiega – anche io ho suonato al Pulse tre settimane fa. Nessuno avrebbe mai immaginato che fosse una trappola. Quando vai in un club, pensi al suono, all’impianto, non alle uscite di sicurezza”. E adesso? “Adesso cambia tutto. Continueremo a suonare, non so come. Ma rimane un vuoto di cui tocca capire le conseguenze”. E non si tratta semplicemente di una questione affettiva, ma culturale. “Ma ci penseremo dopo. Adesso tocca solo sperare per chi sta lottando e prepararci per i funerali di chi se n’è andato”. In tutto il Paese sono stati autorizzati a partire da domani. Non ci sarà una cerimonia collettiva, si svolgeranno nelle città delle vittime. E a Kocani, al cimitero hanno dovuto mandare le ruspe per scavare in fretta tombe a sufficienza.

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