Lo show triste di Depardieu: “Non sono un palpeggiatore”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI – Il MeToo che porta il «terrore», la Russia come un rifugio, il gusto della battuta volgare e la nostalgia di un’epoca che non c’è più. Secondo giorno di processo. Gérard Depardieu è un fiume in piena. Un flusso di coscienza difficile da seguire. Accusato di aggressione sessuale su due donne che lavoravano con lui sul set, l’attore comincia quasi timido, si sente braccato. «Naturalmente ho delle dichiarazioni da fare. Ho bisogno di tempo, è molto emozionante per me essere qui». Lunedì ha ascoltato in silenzio il duello tra il suo avvocato e quelle dell’accusa nel tentativo, fallito, di annullare il processo per vizi di procedura.
Depardieu è al centro dell’aula, sempre in completo nero, seduto su uno sgabello che ha portato da casa. «Credo che il mio tempo sia finito» confida a un certo punto. Non c’è tappeto rosso, i riflettori puntati ora fanno male. Non ci sono più fan ma cori e slogan delle associazioni femministe davanti al tribunale a nord di Parigi. Le due presunte vitt…
PARIGI – Il MeToo che porta il «terrore», la Russia come un rifugio, il gusto della battuta volgare e la nostalgia di un’epoca che non c’è più. Secondo giorno di processo. Gérard Depardieu è un fiume in piena. Un flusso di coscienza difficile da seguire. Accusato di aggressione sessuale su due donne che lavoravano con lui sul set, l’attore comincia quasi timido, si sente braccato. «Naturalmente ho delle dichiarazioni da fare. Ho bisogno di tempo, è molto emozionante per me essere qui». Lunedì ha ascoltato in silenzio il duello tra il suo avvocato e quelle dell’accusa nel tentativo, fallito, di annullare il processo per vizi di procedura.
Depardieu è al centro dell’aula, sempre in completo nero, seduto su uno sgabello che ha portato da casa. «Credo che il mio tempo sia finito» confida a un certo punto. Non c’è tappeto rosso, i riflettori puntati ora fanno male. Non ci sono più fan ma cori e slogan delle associazioni femministe davanti al tribunale a nord di Parigi. Le due presunte vittime, Amélie e Sara, non sono vedette. Una delle due ha chiesto di mantenere l’anonimato. La prima è scenografa, la seconda è assistente alla regia nel film «Les Volets verts» di Jean Becker, tratto dall’omonimo «Le persiani verdi», folgorante racconto di Simenon sul crepuscolo di un attore prepotente e scorbutico.
Amélie, la prima a essere interrogata, racconta l’aggressione durante una pausa sul set. «Mi ha afferrata e palpata davanti, dietro, dappertutto. Mi ha bloccata con le sue gambe, ha toccato ogni parte del mio corpo, compreso il seno. Ero terrorizzata, lui rideva». L’attore minimizza. «Sono talmente grasso che non riesco neanche ad abbracciare chi amo». Poi ammette solo in parte. «Sì, confermo di averla afferrata per i fianchi e di averle detto cose non molto carine, ma non per molestarla». Durante le indagini aveva negato di aver avuto un contatto fisico con la donna. Ora dice che l’ha afferrata perché voleva “sgridarla”. Poi corregge: è stato un gesto per evitare di scivolare.
«Non vedo per quale motivo mi divertirei a palpare una donna, delle natiche, dei seni, non sono mica un palpeggiatore in metropolitana». Con voce alterata, prosegue: «Non vado in giro a divertirmi a 76 anni e 150 chili, non mi piaccio abbastanza per mettere una mano sul sedere a qualcuno. Ma che roba è? Cos’è? Non sono mica Émile Louis» dice alludendo a un noto violentatore seriale degli anni Novanta. L’attore insiste su una sua fragilità psicologica e fisica. «Sono iperemotivo». E poi aggiunge, senza che ci sia un nesso evidente: «Ho anche la nazionalità russa perché adoro lo spirito russo, mi è sempre stato detto che ho un’indole russa, non so se sia legato alla mia volgarità».
Il presidente della corte prova a mantenere un filo conduttore, introduce l’udienza leggendo le accuse di Amélie e le parole oscene pronunciate dall’attore. «Vieni a toccare il mio grosso ombrellone, te lo infilo nella fica» è scritto agli atti, ci sono tre testimoni portati dall’accusa. «Oscene?» ribatte Depardieu. «Cosa vuol dire oscene? Volgari? Sì, mi succede di dire, ‘Dai, figa». «Sul set di un film?» chiede allora il presidente. «Sì, a volte me lo dico anche da solo. È un modo per sdrammatizzare». Continua nelle divagazioni.
Nel lungo contraddittorio, il legale di Depardieu accusa le avvocate delle parti civili di essere «ignobili», «isteriche». L’attore rischia fino a cinque anni di carcere e 75mila euro di multa. Oggi è prevista la testimonianza di Fanny Ardant, non solo come amica fedelissima di Depardieu ma anche come protagonista del film di Becker. «Lei mi sostiene, e per questo hanno sputato in faccia a sua figlia» racconta Depardieu. «Questo movimento diventerà un terrore» aggiunge a proposito del MeToo. Non c’è l’ombra di un pentimento, semmai amarezza. «Non faccio più battute scabrose, anche perché non recito più, non frequento più nessuno, non lavoro più da tre anni».