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Al porto di Odessa il faro resta spento: “Non ci fidiamo di Putin, lo riaccenderemo con la pace”

(reuters)

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Tra i fasti del passato e i palazzi sventrati dai missili, la ribelle città portuale sogna la normalità
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ODESSA – Natalia Batist punta il dito in mezzo al mare, là nella chiostra del porto di Odessa: pace è «quando si riaccenderà il faro», dice. Il faro Vorontsov, cuspide rossa e nome di un generale russo, l’infinito intreccio di culture di cui è figlia la Perla del mar Nero. Odessa è la più italiana delle città ucraine, bella di un’austera architettura neoclassica, fondata da un mercenario napoletano e attraccata dalle galere genovesi. «Aspettiamo le navi, i grandi traghetti con i turisti. Rivoglio la Odessa di una volta, di quando ero bambina. Avevamo un mare, ora abbiamo solo i nostri sogni», dice.

È trascorsa mezzora da quando il ministro della Difesa ucraino Umerov ha annunciato che c’è un accordo sulla sicurezza della navigazione. Torna in vigore il patto sul grano, si rilancia l’impegno a un cessate il fuoco energetico. Ma Odessa alza il bavero al vento e tira dritto: «Siamo tutti ottimisti, non possiamo che esserlo. Ma guarda la Stazione marittima, guarda l’hotel Odessa in m…

ODESSA – Natalia Batist punta il dito in mezzo al mare, là nella chiostra del porto di Odessa: pace è «quando si riaccenderà il faro», dice. Il faro Vorontsov, cuspide rossa e nome di un generale russo, l’infinito intreccio di culture di cui è figlia la Perla del mar Nero. Odessa è la più italiana delle città ucraine, bella di un’austera architettura neoclassica, fondata da un mercenario napoletano e attraccata dalle galere genovesi. «Aspettiamo le navi, i grandi traghetti con i turisti. Rivoglio la Odessa di una volta, di quando ero bambina. Avevamo un mare, ora abbiamo solo i nostri sogni», dice.

È trascorsa mezzora da quando il ministro della Difesa ucraino Umerov ha annunciato che c’è un accordo sulla sicurezza della navigazione. Torna in vigore il patto sul grano, si rilancia l’impegno a un cessate il fuoco energetico. Ma Odessa alza il bavero al vento e tira dritto: «Siamo tutti ottimisti, non possiamo che esserlo. Ma guarda la Stazione marittima, guarda l’hotel Odessa in mezzo al porto: i russi li hanno distrutti e noi siamo come loro. Nostro figlio Volodia ce l’hanno ucciso tre mesi fa», dicono Oxana Petrovna e Vladimir Ivanovic, e a Oxana si bagnano gli occhi e serve un abbraccio per andare avanti a parlare. «Il suo corpo è a Kurakhove, nel Donbass, e non posso neanche riprendermelo. La controllano loro, la terra dove è morto».

«Tra due ore ci attaccheranno di nuovo con i droni, scommetti?», azzarda Marina, 28 anni. «Ogni notte mamma ed io corriamo nel rifugio sotto al palazzo vicino al nostro, ma solo quando ci attaccano con gli Shahed (i droni suicidi iraniani, ndr) perché con la balistica non faremmo in tempo. Avremmo solo due minuti, sarebbe inutile, tanto vale rimanere ferme e sperare». Previsione azzeccata: due ore dopo gracchia l’App dell’allarme aereo, cento droni russi ronzano sui cieli ucraini.

«Per gli accordi sulla fine della guerra in Corea... o forse era il Vietnam, ci vollero 68 trattative. Per noi ce ne vorranno cento, e siamo solo all’inizio — dice Tatiana, farmacista 45enne — ma oggi con questo bel tempo sento finalmente la primavera, e spero ci porti la pace e non la tregua. Ne abbiamo bisogno, e il prima possibile».

All’inizio della guerra Odessa e il suo mare erano separati in casa, fisicamente divisi dai sacchi di sabbia e dalle recinzioni, dai controlli dei militari e dai cavalli di frisia. Si minavano le spiagge, si spiaggiavano le mine. Ma Odessa vivace e corsara prese a infischiarsene dei divieti. Dal 2023 la stagione balneare riaprì, riecco gli ombrelloni e i bambini con i secchielli. La scalinata Potemkin no, il simbolo di Odessa restava interdetto da un check point rigoroso. C’è il porto, lì sotto, tutto era segreto militare e molto strettamente osservato. Ma il tempo ha fatto cadere le foglie ingiallite del rigore, e mesi fa il check point è sparito e rieccoti la tua scalinata iconica, splendida Odessa patrimonio dell’umanità; riecco le passeggiate e le fotografie con l’orizzonte blu, con lo scheletro squinternato dell’Hotel Odessa e il placido lavoro dei rimorchiatori, il lento procedere dei mercantili bordo sinistro al molo, giù in fondo fino alla parata delle immense gru gialle dei camalli.

L’Ucraina aveva vinto la sua battaglia navale, il porto si era rimesso in moto. «Il nostro corridoio del grano funziona già perfettamente — dice a Repubblica Dmytro Pletenchuk, portavoce delle forze navali — e in un anno e mezzo più di 100 milioni di tonnellate di cargo e più di 4.200 navi ne hanno usufruito. Le importazioni stentano, il traffico container non è ancora a quel livello; ma tutto si sta riprendendo. Coi cereali siamo come prima della guerra. Odessa dipende dal suo porto commerciale, e le infrastrutture portuali sono attaccate non dal Mar Nero o dal Mar d’Azov, ma dalla Crimea o dalla costa meridionale russa. O dagli attacchi aerei. Il cessate il fuoco significa fermare i bombardamenti e far finire le morti dei marinai civili».

Sui palazzi del centro le finestre hanno il bollino del vetro rimpiazzato, o le orbite tappate da pannelli di compensato. Affacciato sul porto, in quel lembo di Odessa che era inaccessibile, l’albergo Londonskaya ha riaperto i battenti un mese fa: nel salone, oggi, c’è un bat mitzvah ebraico con un centinaio di ragazzine felici che esplodono vitalità. Il personale dell’albergo è quello del Bristol, il fascinoso cinque stelle dal glamour nostalgico sventrato due mesi fa da un missile balistico russo. Mancano due ferite: «Sono in convalescenza, ma stanno meglio».

Ripartire, rialzarsi. «Oggi è entrato in vigore un cessate il fuoco di 30 giorni che riguarda il Mar Nero e le infrastrutture energetiche», dice il presidente Zelensky. «Non ci fidiamo. Siamo sicuri che ogni notte avremo droni e missili. Vogliamo una vita normale, e finché la Crimea resterà in mano ai russi Odessa non sarà sicura, sono troppo vicini», ragionano Svetlana e Vlad Malofiev. La speranza, la paura. Il faro Vorontsov anche stanotte è spento.

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