Bangkok – Ormai siamo abbandonati a noi stessi». A Mandalay, una delle città più colpite dal terremoto in Myanmar, molti, come James P. si sentono già dimenticati. «Ogni giorno compro beni di prima necessità grazie alle donazioni che ricevo da amici e conoscenti all’estero e li distribuisco a chi più ne ha bisogno», racconta a Repubblica. Ma cinque giorni fa, nei pensieri del 25enne c’era ben altro: gli studi, aprire un negozio, la sua ragazza che vive in Thailandia. Adesso si ritrova a camminare tra le strade piene di corpi, con le buste delle scorte da consegnare a feriti e sfollati.
Ma le provviste cominciano a scarseggiare e gli aiuti sono rallentati dalle strade e dalle comunicazioni problematiche. La giunta militare al potere in Myanmar ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale perché intervenga con aiuti umanitari. Ma alcuni volontari sono incerti sulla possibilità di arrivare fino alle aree più colpite dal terremoto che, come Sagaing, sono roccaforti delle f…
Bangkok – Ormai siamo abbandonati a noi stessi». A Mandalay, una delle città più colpite dal terremoto in Myanmar, molti, come James P. si sentono già dimenticati. «Ogni giorno compro beni di prima necessità grazie alle donazioni che ricevo da amici e conoscenti all’estero e li distribuisco a chi più ne ha bisogno», racconta a Repubblica. Ma cinque giorni fa, nei pensieri del 25enne c’era ben altro: gli studi, aprire un negozio, la sua ragazza che vive in Thailandia. Adesso si ritrova a camminare tra le strade piene di corpi, con le buste delle scorte da consegnare a feriti e sfollati.
Ma le provviste cominciano a scarseggiare e gli aiuti sono rallentati dalle strade e dalle comunicazioni problematiche. La giunta militare al potere in Myanmar ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale perché intervenga con aiuti umanitari. Ma alcuni volontari sono incerti sulla possibilità di arrivare fino alle aree più colpite dal terremoto che, come Sagaing, sono roccaforti delle forze ribelli che la giunta sta combattendo da quando ha preso il potere. Ieri, un team dell’Unicef è arrivato nella città dopo un viaggio di 13 ore da Yangon a Mandalay. L’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Julie Bishop, ha esortato tutte le parti coinvolte nel conflitto «a lasciare che vengano garantiti gli aiuti umanitari e a permettere agli operatori di lavorare in sicurezza».
«Anche io devo stare attento - continua James – una tenda potrebbe essere considerata una fornitura militare». Ma tanti sfollati ne hanno bisogno. «Dormiamo tutti per strada, su coperte o qualsiasi cosa possa tornare utile».
«Tutti i vicini che hanno perso la propria casa si radunano qui», ci scrive un abitante di Mandalay che ha messo il suo cortile a disposizione di tutto il vicinato. «Presto finiremo tutte le scorte di cibo che abbiamo, speriamo solo che gli aiuti arrivino in fretta», continua il suo messaggio. Dopo che il presidente americano, Donald Trump, ha compromesso la capacità del Paese di rispondere ai disastri tagliando gli aiuti internazionali, la portavoce del Dipartimento di Stato americano ha dichiarato ieri che un team sta andando in Myanmar per capire i bisogni più urgenti. Oltre al cibo, acqua e kit di primo soccorso, la gente del posto chiede attrezzature per rimuovere le macerie degli edifici crollati e salvare i possibili superstiti ancora intrappolati.
Non è ancora facile stimare il numero dei dispersi e delle vittime. Finora, la giunta militare ha comunicato un bilancio di oltre duemila morti e 3.900 feriti. Ma media locali indipendenti riportano che i corpi ritrovati senza vita sono almeno tremila. Per sette giorni sugli edifici, o perlomeno su ciò che ci rimane, le bandiere del Paese saranno esposte a mezz’asta.
Intanto, le analisi più aggiornate condotte dal servizio geologico degli Stati Uniti, l’Usgs, rivelano l’enorme portata di questa catastrofe: la rottura della faglia è stata di almeno 450 chilometri, il doppio di quella stimata inizialmente. Ieri mattina, nuove scosse di assestamento sono state sentite in Myanmar. Sempre in mattinata, a Bangkok, in Thailandia, migliaia di persone sono state fatte evacuare dopo segnalazioni di vibrazioni e crepe in alcuni palazzi della capitale. «Stanno evacuando tutti gli edifici, lo sentite? Mi sta venendo la nausea, sento tipo il mal di mare», scrivono alcuni residenti di Bangkok che vivono a una decina di chilometri dal grattacielo crollato davanti al mercato di Chatuchak, dove si continua a scavare. Ieri un altro corpo, senza vita, è stato tirato fuori dai soccorritori portando così al momento il bilancio a 13 vittime. Ancora 75 i dispersi.