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Terremoto in Myanmar, il medico: “Farmaci, acqua e anestetici, qui manca tutto”

(afp)

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La testimonianza di un dottore in prima linea: “Dopo la scossa non ci ho pensato due volte, con altri volontari siamo corsi subito nella zona dell’epicentro. Era mio dovere farlo”
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Bangkok – «Dopo la scossa di venerdì non ci ho pensato due volte. Nel giro di tre ore io e un altro gruppo di volontari ci siamo messi in macchina e siamo partiti da Yangon, dove vivo assieme a mia moglie e a mia figlia, per Mandalay, seicento chilometri più a nord, l’epicentro del terremoto che ha devastato il mio Paese. Sono un medico, il mio dovere è quello di curare i feriti e salvare vite».

L’appuntamento al telefono con il dottor Tun (per motivi di sicurezza preferisce non dare il suo nome completo) lo fissiamo alle cinque del pomeriggio. Poi ci ripensa: «Scusi ma a quell’ora non va bene. Facciamo alle 21.30, sperando che il telefono funzioni». «Dottore, mi sente?». La connessione va e viene. La telefonata si interrompe più volte. «Riprovi tra cinque minuti, magari mi sposto un po’, qui c’è poco segnale». Riuscire a parlare con chi sta in Myanmar è impresa complicata, visto che le linee telefoniche nel Paese sono ancora instabili. Così come lo sono ormai gli stessi ospedali in…

Bangkok – «Dopo la scossa di venerdì non ci ho pensato due volte. Nel giro di tre ore io e un altro gruppo di volontari ci siamo messi in macchina e siamo partiti da Yangon, dove vivo assieme a mia moglie e a mia figlia, per Mandalay, seicento chilometri più a nord, l’epicentro del terremoto che ha devastato il mio Paese. Sono un medico, il mio dovere è quello di curare i feriti e salvare vite».

L’appuntamento al telefono con il dottor Tun (per motivi di sicurezza preferisce non dare il suo nome completo) lo fissiamo alle cinque del pomeriggio. Poi ci ripensa: «Scusi ma a quell’ora non va bene. Facciamo alle 21.30, sperando che il telefono funzioni». «Dottore, mi sente?». La connessione va e viene. La telefonata si interrompe più volte. «Riprovi tra cinque minuti, magari mi sposto un po’, qui c’è poco segnale». Riuscire a parlare con chi sta in Myanmar è impresa complicata, visto che le linee telefoniche nel Paese sono ancora instabili. Così come lo sono ormai gli stessi ospedali in tutta l’ex Birmania: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità almeno tre nosocomi sono completamente fuori servizio, mentre altri ventidue sono parzialmente danneggiati e non realmente in grado di funzionare. Quattro anni di regime militare hanno reso gli ospedali del Paese troppo inefficienti per far fronte adesso al terremoto della scorsa settimana, come denuncia il sito Myanmar Now.

Dottore, quanto è stato difficile raggiungere Mandalay quel giorno?

«La scossa c’è stata poco prima delle 13. Alle quattro del pomeriggio ero già in macchina. La strada principale era bloccata, squarciata da grandi voragini, io e gli altri colleghi medici abbiamo dovuto guidare su strade secondarie. Presto si è fatto buio, ed è stato molto complicato. Dovevamo stare molto attenti. Abbiamo guidato per tutta la notte».

E quando è arrivato che cosa ha provato?

«C’era tanta distruzione e sofferenza. Provavo dolore. La gente aveva passato la notte per strada, spaventata, non potevano ritornare nelle loro case. Siamo subito andati in ospedale».

Ospedali che sono ormai sovraffollati, come fate a lavorare?

«Sì, non c’è più posto. E poi per paura di nuove scosse curiamo la gente spesso fuori dall’ospedale nonostante le alte temperature (fino a 39 gradi, ndr) e l’umidità, in strutture temporanee allestite in parcheggi e altri spazi all’aperto. Facciamo quello che possiamo. Facciamo del nostro meglio. Ma siamo esausti pure noi. La situazione è talmente disperata. Una tragedia umanitaria. Sono molto stanco, non dormo quasi più».

Che cosa vi manca? Di che cosa avete bisogno?

«Kit di primo soccorso. Dispositivi per la trasfusione di sangue. Farmaci essenziali. Anestetici. E poi acqua potabile: anche solamente lavarmi la faccia al mattino è un problema, non si trovano acqua e cibo. Mancano servizi igienici adeguati e servizi di supporto psicologico. E soprattutto serve supporto pure a noi: siamo pochi medici».

La struttura in cui lei si trova (anche qui, per motivi di sicurezza, decidiamo di non identificarla, ndr) in che condizioni si trova, dopo la forte scossa dello scorso 28 marzo?

«Fortunatamente non è distrutta. Ovviamente ci sono delle crepe. Ma al momento regge».

Ha lasciato la sua famiglia per andare in prima linea, che cosa le hanno detto?

«All’inizio mia figlia era preoccupata. Poi sia lei che mia moglie hanno capito. Yangon, dove abitiamo, non è stata particolarmente colpita dal terremoto. Volevo dare una mano dove serviva. E serviva andare a Mandalay. Di fretta, guidando per tutta la notte. Perché sono un medico e il mio dovere è quello di salvare vite».

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