L’anno nero di Marine Le Pen che per prendere l’Eliseo ripudiò anche il padre
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI – «Come mio padre, so relativizzare e curare le ferite. È un dono», ripete spesso Marine Le Pen. Un mantra che oggi suona come una difesa, un riparo dal crollo di un destino familiare che sembrava scritto, ma che nel 2025 è cominciato in tragedia. Mentre la leader del Rassemblement National affrontava il processo che temeva come una «messa a morte politica», l’anno si è aperto con i funerali del padre, Jean-Marie Le Pen, a La Trinité-sur-Mer, il rifugio bretone della dinastia. Al lutto si è unito il rimorso: «Non mi perdonerò mai quella decisione, so che gli causò un dolore immenso», ha confessato Marine riferendosi all’espulsione del padre dal partito nel 2015, dopo l’ennesima provocazione antisemita. Un’ammissione nuova, che tradiva un dubbio fin lì inespresso. Come se la lunga marcia verso la “normalizzazione”, necessaria per accedere al potere, cominciasse a pesare troppo. Proprio ora che il traguardo sembrava finalmente vicino, con quelle etichette – razzista, fascista, an…
PARIGI – «Come mio padre, so relativizzare e curare le ferite. È un dono», ripete spesso Marine Le Pen. Un mantra che oggi suona come una difesa, un riparo dal crollo di un destino familiare che sembrava scritto, ma che nel 2025 è cominciato in tragedia. Mentre la leader del Rassemblement National affrontava il processo che temeva come una «messa a morte politica», l’anno si è aperto con i funerali del padre, Jean-Marie Le Pen, a La Trinité-sur-Mer, il rifugio bretone della dinastia. Al lutto si è unito il rimorso: «Non mi perdonerò mai quella decisione, so che gli causò un dolore immenso», ha confessato Marine riferendosi all’espulsione del padre dal partito nel 2015, dopo l’ennesima provocazione antisemita. Un’ammissione nuova, che tradiva un dubbio fin lì inespresso. Come se la lunga marcia verso la “normalizzazione”, necessaria per accedere al potere, cominciasse a pesare troppo. Proprio ora che il traguardo sembrava finalmente vicino, con quelle etichette – razzista, fascista, antisemita – che per anni le sono state cucite addosso, sempre meno efficaci nel colpire.
«Non sono demoralizzata, sono scandalizzata», ha detto ieri in televisione, smentendo le voci che la vogliono già rassegnata. In autunno ha vissuto due mesi laceranti, divisa tra le udienze in tribunale e il capezzale del padre morente. «Ne è uscita provata, esausta», raccontano nel suo entourage, che giustifica così l’assenza di una linea difensiva realmente efficace. La requisitoria della procura e la richiesta di ineleggibilità con effetto immediato hanno mandato in frantumi la “strategia della cravatta”, quella del profilo basso e responsabile tenuto finora dai deputati lepenisti in Parlamento. Quasi in sincrono con l’accelerazione del processo, a dicembre Le Pen ha scelto il colpo di scena: far cadere il governo di Michel Barnier. Una mossa che doveva rimetterla al centro del gioco politico, ma che si è scontrata col verdetto più temuto.
Alla lettura della sentenza, ogni volta che la presidente della Corte pronunciava i nomi dei colpevoli – la segretaria, la guardia del corpo, il maggiordomo di Jean-Marie, l’ex compagno Louis Aliot, la sorella Yann – Marine scuoteva la testa. Lei, che era avvocato di formazione, ha lasciato l’aula senza aspettare neppure la fine della lettura. Ha convocato d’urgenza una riunione di crisi nel quartier generale del partito. Fino all’ultimo, non ha voluto crederci. Nel weekend confidava di essere serena, dedita a fare giardinaggio in compagnia degli amati gatti: «Non credo che si spingeranno fino a questo punto», ripeteva a proposito dei giudici. E invece il «giorno funesto per la democrazia e per la Francia», come lo ha definito, è arrivato davvero.
Ora promette battaglia. Ma attorno a lei, cresce la sensazione che qualcosa si sia incrinato nella corazza che ha sempre mostrato. Le immagini di Marine in lacrime mentre apprende dai giornalisti la morte del padre, sono finite online. Un’indecenza, certo. Ma non una novità per una famiglia che da mezzo secolo vive sotto i riflettori. La madre, Pierrette Le Pen, posò nuda su Playboy dopo la separazione dal marito. Marine aveva diciannove anni. «Mia madre ci abbandonò e finì in tv, sui giornali. Ci accusavano di tutto: mio padre torturatore in Algeria, assassino dell’amico Lambert. Ci sputavano addosso. Mi ha dato una corazza», raccontava. Corazza che comincia oggi a mostrare le prime crepe.
A otto anni, era finita in strada in camicia da notte, dopo che venti chili di dinamite avevano fatto saltare l’appartamento di famiglia. Per miracolo non ci furono vittime, ma le autorità non avviarono alcuna indagine seria. «Ho capito una cosa terribile – ricorda –: mio padre e la mia famiglia non erano trattati come gli altri. Volevano ucciderci, e a nessuno importava. Quell’attentato fu l’inizio di un ostracismo radicale. Sono cresciuta con la sensazione di essere una paria. E questo ti forgia».
Chi le è vicino racconta che Marine aveva già pianificato un possibile ritiro nel 2027, in caso di nuova sconfitta alla quarta candidatura. Ma lasciare ora, con una condanna e senza aver avuto la chance del duello finale, è un’idea che la devasta. Si sente legittimata da milioni di elettori, da un partito quasi del tutto sdoganato, da una macchina politica che ha in parte risanato, anche nei debiti con Mosca. Insulti, bombe, faide: la dinastia di Montretout – quella famosa foto del patriarca con le tre figlie bionde nel maniero – ne ha attraversate molte. Ha abitato la storia della Francia dalla seconda metà del Novecento al nuovo secolo. Oggi è a un bivio. E quel cognome, Le Pen, potrebbe presto non pesare più sulla politica francese.