BANGKOK – «In Myanmar, dipendiamo l’uno dall’altro. L’abbiamo imparato in decenni di conflitti e regimi militari: nei momenti di difficoltà sono le persone ad aiutare, non i governi» Kun, 25 anni, versa il tipico tè in uno dei piccoli ristoranti birmani di Phra Kanong, quartiere nel cuore di Bangkok dove si rifugia ogni volta che gli manca casa. «Per questo, oggi più che mai, desidero tornare a Mandalay», racconta il ragazzo, che ha lasciato il suo Paese oltre un anno fa a causa della crescente repressione della giunta militare. Tra i vicoli stretti e le insegne in lingua birmana, a un certo punto si scorge un grande ritratto di Aung San Suu Kyi, l’ex leader del Myanmar arrestata dopo il golpe del 2021, sul muro di un locale. «Ancora non sappiamo le sue condizioni dopo il terremoto», ricorda dopo averlo guardato.
«Durante quegli anni ero già uno studente di medici…
BANGKOK – «In Myanmar, dipendiamo l’uno dall’altro. L’abbiamo imparato in decenni di conflitti e regimi militari: nei momenti di difficoltà sono le persone ad aiutare, non i governi» Kun, 25 anni, versa il tipico tè in uno dei piccoli ristoranti birmani di Phra Kanong, quartiere nel cuore di Bangkok dove si rifugia ogni volta che gli manca casa. «Per questo, oggi più che mai, desidero tornare a Mandalay», racconta il ragazzo, che ha lasciato il suo Paese oltre un anno fa a causa della crescente repressione della giunta militare. Tra i vicoli stretti e le insegne in lingua birmana, a un certo punto si scorge un grande ritratto di Aung San Suu Kyi, l’ex leader del Myanmar arrestata dopo il golpe del 2021, sul muro di un locale. «Ancora non sappiamo le sue condizioni dopo il terremoto», ricorda dopo averlo guardato.
«Durante quegli anni ero già uno studente di medicina e ho deciso di andare a fare il volontario medico nelle zone controllate dalle forze ribelli». Per questo motivo, dopo che il terremoto di magnitudo 7.7 ha colpito il suo Paese, Kun non è tornato a dare una mano ai soccorritori. Sarebbe troppo pericoloso. Ma anche dalla Thailandia ha trovato un modo per aiutare le comunità più colpite: raccoglie donazioni da amici e conoscenti all’estero che manda ai volontari in Myanmar per acquistare beni di prima necessità da distribuire a chi ne ha bisogno. «Ci stiamo aiutando a vicenda. Se non noi, chi? Il nostro governo è giorni che non fa nulla», dice alzando gli occhi al cielo. «Scusami, ma da quando sono stato con i ribelli ho paura dei bombardamenti aerei», dice dopo essersi bloccato per un momento.
In Thailandia, secondo i dati del Dipartimento del Lavoro dello scorso marzo, i birmani sono il 70% dei migranti registrati. In migliaia però, come il 24enne Min, entrano illegalmente. «Il Myanmar è un Paese molto povero e l’aiuto reciproco è fondamentale», dice tra le vie del mercato. È arrivato a Bangkok un mese fa, attraversando illegalmente il confine tra Myanmar e Thailandia come molti giovani birmani che nell’ultimo anno hanno lasciato il Paese di nascosto per evitare il servizio di leva obbligatorio imposto dalla giunta. «Ma è la storia a insegnarci che siamo sempre stati soli. La stessa cosa è successa quando nel 2008 un ciclone ha colpito il Paese», continua. In quella tragedia, oltre 130mila persone persero la vita e decine di migliaia di case e altri edifici furono spazzati via.
Diverse Ong e volontari locali denunciarono che la giunta militare al potere a quei tempi tenne per sé tutti gli aiuti umanitari, e solo alcune cose raggiunsero la popolazione. «Tutti nel Paese hanno paura che questo possa accadere di nuovo, anzi ne sono certi», spiega vicino alla saracinesca chiusa di un negozio. È l’unico a essere chiuso all’interno del mercato birmano di Phra Kanong. «I suoi proprietari sono di Mandalay e hanno deciso di rimanere chiusi in segno di rispetto», dice una donna sulla cinquantina che vende patatine, biscotti e altri snack tipici birmani alla bancarella accanto. I capelli sul volto non riescono a nascondere gli occhi tristi. La sua casa a Pyin Oo Lwin, vicino Mandalay, è distrutta e suo zio e suo cugino sono morti. «Insieme supereremo anche questa catastrofe», si fa forza.
E questo vale anche per la piccola comunità birmana della capitale thailandese. «Molti clienti del mercato hanno membri della famiglia e amici morti, dispersi o feriti», racconta un uomo del sud del Myanmar. «Chi è sopravvissuto, invece, non sa come riparerà la sua casa, dove andrà a vivere o come pagherà il cibo e l’acqua. Molti non stanno ricevendo alcuno stipendio perché, come tanti nel Paese, sono pagati a giornata», continua mentre fuma una sigaretta.
Negli ultimi giorni, diverse associazioni si sono mobilitate per raccogliere donazioni tra le bancarelle, i piccoli negozi e i ristoranti. «Abbiamo donato quello che potevamo, non è molto…», racconta dispiaciuta una ragazza dietro il bancone di un negozio di abiti e stoffe tradizionali. «Noi siamo stati fortunati, a Yangon non ci sono stati molti danni e i nostri cari stanno bene. Ma come possiamo non aiutare chi è stato meno fortunato? So che siamo lontani, ma tutti facciamo quello che possiamo».