Bangkok, tre colpi dalle macerie: l’ultima speranza di trovare superstiti del terremoto
dalla nostra inviata Natasha CaragnanoBANGKOK - Tra le macerie del palazzo distrutto a Bangkok, l’unico a essere collassato nella capitale thailandese dopo il sisma con epicentro in Myanmar il 28 marzo, i soccorritori hanno sentito una voce flebile chiedere aiuto. Per essere sicuri che si trattasse di uno dei dispersi, hanno chiesto di fare rumore per tre volte. Poco dopo, hanno ricevuto in risposta tre colpi. “C’è ancora speranza”, scrive il governatore della capitale thailandese Chadchart Sittipunt.
Ma tra i familiari, dopo sei giorni in attesa dei propri cari dispersi c’è tanta rassegnazione. Saman, 19 anni, sentiva che avrebbe riabbracciato i suoi genitori. ll mondo le è crollato addosso quando ha ricevuto la chiamata: tra le macerie contorte di quel palazzo di oltre 30 piani, avevano trovato il corpo di suo padre. “Ora aspetto quello di mia madre”, dice girandosi tra le mani il telefonino. Nella cover, due piccole foto: i suoi genitori da giovani. Saman assomiglia a sua madre, ma condivide le passioni del padre. Da …
BANGKOK - Tra le macerie del palazzo distrutto a Bangkok, l’unico a essere collassato nella capitale thailandese dopo il sisma con epicentro in Myanmar il 28 marzo, i soccorritori hanno sentito una voce flebile chiedere aiuto. Per essere sicuri che si trattasse di uno dei dispersi, hanno chiesto di fare rumore per tre volte. Poco dopo, hanno ricevuto in risposta tre colpi. “C’è ancora speranza”, scrive il governatore della capitale thailandese Chadchart Sittipunt.
Ma tra i familiari, dopo sei giorni in attesa dei propri cari dispersi c’è tanta rassegnazione. Saman, 19 anni, sentiva che avrebbe riabbracciato i suoi genitori. ll mondo le è crollato addosso quando ha ricevuto la chiamata: tra le macerie contorte di quel palazzo di oltre 30 piani, avevano trovato il corpo di suo padre. “Ora aspetto quello di mia madre”, dice girandosi tra le mani il telefonino. Nella cover, due piccole foto: i suoi genitori da giovani. Saman assomiglia a sua madre, ma condivide le passioni del padre. Da grande vuole fare l’ingegnere elettronico, anche se adesso che dovrà prendersi cura del suo fratellino più piccolo chissà se potrà continuare a studiare. “È lei ora il pilastro della casa”, ricorda suo zio mettendole le mani sulla spalla.
Per Saman e suo zio non c’è più spazio nemmeno per la rabbia. "Hanno fatto tutto il possibile, scavano senza sosta", ammette un uomo che sotto le macerie ha perso il fratello maggiore. "Non siamo arrabbiati, ma siamo stanchi di aspettare".
Il rumore delle operazioni di salvataggio si è fatto più assordante rispetto ai primi giorni. Mentre intorno all’area di ricerca è tutto più silenzioso e organizzato: ci sono meno giornalisti, pochi curiosi, tendoni per ogni gruppo di volontari. È chiaro a tutti, anche ai non esperti, che il metodo di ricerca dei dispersi è cambiato.
“Stiamo usando macchinari più pesanti per velocizzare il processo e cercare di trovare più vittime possibili, non ritardare la situazione ancora di più”, spiega Norrapol Sirisrap, International Liaison Officer della Ruamkatanyu Foundation che dal primo giorno è tra le squadre di soccorso volontarie. “Questo non compromette la capacità di trovare i sopravvissuti. Stiamo usando scanner specifici per localizzare le vittime”, assicura.
I parenti dei dispersi escono ed entrano dalla grande tenda bianca ogni volta che sentono silenzio e che gli escavatori smettono di lavorare. Sperano che i volontari abbiano trovato qualcuno ancora vivo. Ma tutto questo - le continue ricerche, l’uso di macchinari più pesanti, l’annuncio di un segnale di vita - crea instabilità per i familiari. “L’abbiamo comunicato a tutti: governo, polizia, vigili, soccorritori. Adesso hanno bisogno di comunicazioni chiare”, spiega il capo del team di psicologi che si sta prendendo cura di queste persone. “Sono tutti coscienti che ormai è passato tanto tempo e hanno accettato la realtà. “È importante per la loro salute mentale sapere di poter mettere un punto e andare avanti. Anche se in futuro ci sarà ancora tanto per loro su cui lavorare”, conclude prima di tornare da una giovane paziente.
Naruemol Thonglek, che nel crollo del palazzo ha perso il suo ragazzo e altre cinque persone a lei care, dice che ormai non ha più lacrime da versare. Oggi le hanno comunicato di aver trovato una sola delle sei persone che sta ancora aspettando. “Non sono arrabbiata con loro, come potrei. Però voglio risposte”, dice tranquilla indicando una ruspa in movimento mentre i volontari iniziano ad accendere le luci da fronte.
Le indagini per capire i motivi dietro al crollo del palazzo continuano, ma non c’è ancora una risposta. Gli investigatori hanno confermato che i quattro cinesi arrestati, e poi, rilasciati, per essere stati sorpresi a rubare documenti relativi alla costruzione del palazzo, lavoravano per la China Railway No. 10, società partner della joint venture responsabile del progetto, insieme a Italian-Thai Development (che non ha più legami con l’Italia dal 1981). Sono stati condannati a due mesi di carcere e una multa di 6.000 baht (circa 159 euro) ciascuno, dimezzata poi a un mese di carcere e 3.000 baht (circa 78 euro). Poiché nessuno degli imputati aveva precedenti, la pena detentiva è stata sospesa per un anno.
Intanto sono arrivati i risultati delle analisi dei campioni di acciaio usato per la costruzione del palazzo. Secondo funzionari thailandesi, erano di qualità molto basse e non rispettavano gli standard di sicurezza. Sarebbero state prodotte da una fabbrica thailandese di proprietà cinese che le autorità avevano chiuso a dicembre: la Xin Ke Yuan Steel Ltd. L’azienda ha contestato i risultati, chiedendo ulteriori analisi all'Istituto Automobilistico Thailandese, sostenendo che il laboratorio dell'istituto è in grado di analizzare con maggiore precisione i suoi prodotti di acciaio.