La Groenlandia, i sottomarini russi e una minaccia da fiction: ecco perché gli Usa vogliono l’isola
di Gianluca Di FeoLa Groenlandia è fondamentale per gli Stati Uniti, perché permette di sbarrare la rotta ai sottomarini russi che minacciano l’America. In un’audizione al Senato, il generale Christopher G. Cavoli ha spiegato quale è il valore strategico dell’isola su cui Donald Trump vuole a tutti i costi piantare la bandiera a stelle e strisce. L’alto ufficiale – che è allo stesso tempo il comandante supremo della Nato in Europa e il capo delle forze americane nel continente – ha chiarito di riferirsi al valore militare della Groenlandia e non alla politica della Casa Bianca, che preme per strapparla dalla sovranità danese.
La sua lunga analisi tecnica però – calata nelle tensioni di queste settimane tra Washington e Copenaghen – in qualche maniera sembra evocare una popolare serie tv: The Diplomat, interpretata da Rufus Sewell e Keri Russell, parla di un complotto internazionale ordito per mantenere il controllo di una base di sommergibili in Scozia. Una struttura destinata alla stessa missione che i…
La Groenlandia è fondamentale per gli Stati Uniti, perché permette di sbarrare la rotta ai sottomarini russi che minacciano l’America. In un’audizione al Senato, il generale Christopher G. Cavoli ha spiegato quale è il valore strategico dell’isola su cui Donald Trump vuole a tutti i costi piantare la bandiera a stelle e strisce. L’alto ufficiale – che è allo stesso tempo il comandante supremo della Nato in Europa e il capo delle forze americane nel continente – ha chiarito di riferirsi al valore militare della Groenlandia e non alla politica della Casa Bianca, che preme per strapparla dalla sovranità danese.
La sua lunga analisi tecnica però – calata nelle tensioni di queste settimane tra Washington e Copenaghen – in qualche maniera sembra evocare una popolare serie tv: The Diplomat, interpretata da Rufus Sewell e Keri Russell, parla di un complotto internazionale ordito per mantenere il controllo di una base di sommergibili in Scozia. Una struttura destinata alla stessa missione che il generale Cavoli attribuisce alla Groenlandia: bloccare il varco usato dai sottomarini lanciamissili di Mosca per piombare sulla costa orientale degli States.
Il confine del Giuk Gap
“L’accesso allo spazio aereo e marittimo disponibile nell’isola è assolutamente cruciale per gli Stati Uniti”, ha detto l’alto ufficiale: “Si tratta del confine del Giuk Gap: il passaggio tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito attraverso il quale si sposta la flotta sottomarina dislocata nella base russa di Murmansk”. Giuk è l’acronimo delle iniziali inglesi dei quattro punti che delimitano questa porta d’ingresso verso la costa atlantica americana.
Anche gli ammiragli di Putin conoscono bene l’importanza di questo passaggio: in caso di conflitto, la loro sfida è superarlo prima che la Nato possa chiuderlo con i suoi mezzi. Nel 2019 hanno testato questa capacità, facendo salpare da Murmansk ben dieci sottomarini nucleari che hanno navigato in immersione alla massima velocità, cercando di non farsi localizzare dalla flotta e dall’aviazione occidentali. Un’esercitazione per dimostrare all’Alleanza atlantica che la Russia può impadronirsi anche di quell’Oceano. “Quando superano il Gap, irrompono in mare aperto nell’Atlantico – ha sottolineato il generale Cavoli – e a quel punto diventa veramente duro seguirli. Ci sono alcune caratteristiche dei fondali in quell’area che rendono la ricerca molto difficile. E dalle posizioni che possono raggiungere, sono in grado di mettere a rischio numerosi bersagli strategici nella nostra patria, anche solo usando i missili cruise”. Ossia senza bisogno di ricorrere alle armi balistiche intercontinentali: diventano in condizione di attaccare da distanza ravvicinata, complicando o addirittura rendendo impossibile l’intercettazione degli ordigni.
Le pretese americane
Oggi il Pentagono dispone di un aeroporto in Groenlandia: quello di Pittufik, costruito nel 1952 con il nome di Thule, che si trova a 1600 chilometri dal Giuk Gap. La base è stata mantenuta anche dopo la fine della Guerra Fredda perché i suoi radar consentono un early warning – un allarme rapido – sulla traiettoria di eventuali missili balistici scagliati contro gli Usa, dando al presidente e ai vertici militari più tempo per studiare una reazione.
Tutto questo offre una giustificazione alle pretese di Trump sull’isola? Assolutamente no. Anzitutto, l’Us Navy ha riattivato dal 2021 uno squadrone di velivoli antisommergibile in Islanda, che si trova in mezzo al “canale” e quindi garantisce la sorveglianza di entrambi i lati del passaggio. Quanto alla Groenlandia, è stato il Pentagono ad abbandonarla: “Gli Usa hanno fatto la loro scelta – ha detto giovedì il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen dopo l’incontro con Marco Rubio al consiglio atlantico di Bruxelles – In passato avevano 17 basi e installazioni militari nell’isola. Ora ne hanno solo una. E’ una decisione che hanno preso loro. In passato avevano migliaia di soldati in Groenlandia, ora ne hanno meno di duecento. Anche questa è stata una loro scelta”. Gli ha fatto eco la premier Mette Frederiksen: “Gli Stati Uniti non possono annettere un altro Paese. Se vogliono potenziare la sicurezza, possiamo farlo insieme”. In fondo, la Nato – di cui la Danimarca fa parte sin dalla fondazione nel 1949 – è stata concepita come una coalizione per proteggere l’Atlantico Settentrionale, esattamente la stessa esigenza che viene riproposta in questa stagione feroce di confronti armati.
Ma il vicepresidente J. D. Vance è subito tornato alla carica: “Copenaghen ha investito molto poco in Groenlandia. Il punto di Trump è che “questo è un problema per la nostra sicurezza e per il nostro scudo antimissile: noi proteggeremo gli interessi dell’America qualsiasi cosa accada”. Pure il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che Trump “rispetterà l’auto-determinazione degli abitanti della Groenlandia (ndr che sono circa 56 mila). La Danimarca dovrebbe prendere atto del fatto che i cittadini dell’isola non vogliono essere danesi. Non è una scelta ispirata da noi, ne discutono da tanti anni. Se decideranno per l’indipendenza, gli Usa saranno pronti a presentarsi come partner”. Insomma, il braccio di ferro continua. E chissà se gli sceneggiatori di The Diplomat terranno conto in una delle prossime stagioni di quanto la realtà stia superando la fiction.