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Trump: “Sui dazi è dura, resistete”. Ma il ministro al Tesoro ora pensa alle dimissioni

(reuters)

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Il leader di fronte ai crolli dei mercati: “Non è facile, però vinceremo”. Secondo la Msnbc Bessent pronto a lasciare in disaccordo con i dazi “Punta a mantenere la sua credibilità e andare alla Fed nel 2026”
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NEW YORK – Donald Trump si è svegliato anche ieri mattina di buon umore: «Stiamo compiendo una rivoluzione economica che vinceremo insieme» ha dunque scritto sul suo social Truth. «Resistete, non sarà facile all’inizio, ma il risultato finale sarà storico. Renderà l’America di nuovo grande!!!». Ostentando ottimismo nel post successivo: «Stiamo riportando nel nostro Paese posti di lavoro e aziende come mai prima. E già si contano oltre 5mila miliardi di dollari di investimenti. Siamo in rapida crescita!».

Poi, se n’è andato a giocare a golf per il terzo giorno consecutivo, questa volta preferendo il Trump National di Jupiter, a nord di Palm Beach. Già. Nonostante il caos globale e il crollo delle borse - compresa Wall Street – Mister President resta fermamente convinto di essere sulla strada giusta per attuare quella sua personalissima agenda di cui il Financial Times ha rintracciato le radici ideologiche in una lettera …

NEW YORK – Donald Trump si è svegliato anche ieri mattina di buon umore: «Stiamo compiendo una rivoluzione economica che vinceremo insieme» ha dunque scritto sul suo social Truth. «Resistete, non sarà facile all’inizio, ma il risultato finale sarà storico. Renderà l’America di nuovo grande!!!». Ostentando ottimismo nel post successivo: «Stiamo riportando nel nostro Paese posti di lavoro e aziende come mai prima. E già si contano oltre 5mila miliardi di dollari di investimenti. Siamo in rapida crescita!».

Poi, se n’è andato a giocare a golf per il terzo giorno consecutivo, questa volta preferendo il Trump National di Jupiter, a nord di Palm Beach. Già. Nonostante il caos globale e il crollo delle borse - compresa Wall Street – Mister President resta fermamente convinto di essere sulla strada giusta per attuare quella sua personalissima agenda di cui il Financial Times ha rintracciato le radici ideologiche in una lettera aperta che nel 1987, quando era ancora solo il re degli yuppies, costantemente sulle copertine delle riviste patinate, pubblicò a pagamento su New York Times e altri giornali. Dove biasimava la globalizzazione «nemica del popolo americano», si opponeva all’impatto del dollaro forte sulla produzione, al surplus commerciale del Giappone e al costo degli aiuti militari per gli alleati. «Mettiamo fine ai nostri enormi deficit, riduciamo le tasse e lasciamo crescere la nostra economia», scriveva allora. E lo pensa ancora oggi.

Le tensioni globali, però, si stanno già insinuando all’interno del suo gabinetto. Secondo indiscrezioni riportate da Stephanie Ruhle, conduttrice del programma tv Morning Joe in onda su Msnbc il segretario al Tesoro Scott Bessent, il miliardario apertamente gay già gestore di hedge fund finora considerato il più importante consigliere economico di The Donald, sarebbe talmente a disagio per l’entità dei dazi scelti da Trump da ipotizzare le dimissioni. Contrariamente al ministro del commercio Howard Lutnick, che nei giorni scorsi aveva spinto per tariffe aggressive, Bessent aveva invece sostenuto un approccio più morbido: focalizzato a colpire principalmente quel che definiva con un termine da lui coniato “dirty 15”, sporca quindicina.

Riferimento al 15 per cento delle economie col maggior squilibri commerciali con gli Stati Uniti: quella Cina che nel 2024 ha avuto un surplus pari a 295,4 miliardi di dollari. E poi Unione europea, Messico, Vietnam, Irlanda, Germania, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Canada, India, Thailandia, Svizzera, Malesia e pure Italia. Questa sua posizione più moderata lo ha rapidamente messo in minoranza all’interno del governo: «Non lo ascolta più nessuno» lo ha brutalmente descritto Ruhle. Giovedì poi, aveva pure tentato di dissuadere gli altri Paesi da eventuali ritorsioni commerciali, temendo un’ulteriore escalation delle tensioni globali. Ma quel suo appello è stato ignorato, scollegato com’era dalle pressioni politiche con cui invece Trump vuol sottomettere i leader stranieri.

La Cina, anzi, ha annunciato venerdì una tariffa reciproca al 34 per cento su tutte le importazioni Usa e ieri il portavoce del ministro degli esteri cinese Guo Jiakun ha rilanciato, affermando: «Il mercato ha parlato. Ora gli Stati Uniti riparino all’errore smettendo di far cose sbagliate. E risolvano le divergenze coi patti». Il tesoriere Bessent ha seguito con attenzione anche il dibattito tenutosi venerdì al Senato dove i dem hanno ripetutamente accusato il governo di non curarsi dell’impatto dei dazi sulle fasce più vulnerabili. E a qualcuno ha ammesso che sì, i dazi non sono solo quel «semplice aggiustamento di prezzi» che aveva predicato fino a qualche giorno fa. Molto più consapevole, insomma, del loro impatto negativo. Morale: vuol tirarsi fuori per salvare la sua credibilità d’investitore e conoscitore del mercato. Senza però innervosire The Donald. La strategia sarebbe dunque quella di proporre la propria uscita dal gabinetto ora, per essere poi il candidato più papabile al ruolo di capo della Federal Reserve, quando scadrà il mandato dell’attuale governatore Jerome Powell, a metà 2026.

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