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Il divorzio impossibile tra Usa e Cina: nove iPhone su dieci sono “made in China”

(afp)

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La Casa Bianca ha dovuto scongiurare vertiginosi aumenti di prezzi e aggravi di costi per le società tecnologiche
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Evitare una dolorosa ondata di rincari per gli americani che comprano smartphone, computer o altra elettronica. Scongiurare aggravi di costi per le società tecnologiche che stanno costruendo nuove fabbriche o centri dati per l’Intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Limitare i colpi ai bilanci, e ai titoli di Borsa, di campioni e campioncini di Big Tech, da Apple a Nvidia, da Dell a HP. Ci sono tutti questi motivi - e la potenza delle lobby di settore - dietro all’ennesima retromarcia dell’amministrazione Trump sui dazi, da cui ieri sono stati esentati una serie di prodotti elettronici, sia di consumo che industriali. Ma il ripensamento è soprattutto la prova di quanto gli Stati Uniti siano dipendenti dalle fabbriche cinesi, e in generale asiatiche. Riportare indietro la produzione non è cosa che si possa fare alzando un muro doganale: richiede anni, una strategia, e ben che vada riuscirà solo in parte.

Il primo simbolo della marcia indietro sono gli iPhone di Apple. Anche perché…

Evitare una dolorosa ondata di rincari per gli americani che comprano smartphone, computer o altra elettronica. Scongiurare aggravi di costi per le società tecnologiche che stanno costruendo nuove fabbriche o centri dati per l’Intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Limitare i colpi ai bilanci, e ai titoli di Borsa, di campioni e campioncini di Big Tech, da Apple a Nvidia, da Dell a HP. Ci sono tutti questi motivi - e la potenza delle lobby di settore - dietro all’ennesima retromarcia dell’amministrazione Trump sui dazi, da cui ieri sono stati esentati una serie di prodotti elettronici, sia di consumo che industriali. Ma il ripensamento è soprattutto la prova di quanto gli Stati Uniti siano dipendenti dalle fabbriche cinesi, e in generale asiatiche. Riportare indietro la produzione non è cosa che si possa fare alzando un muro doganale: richiede anni, una strategia, e ben che vada riuscirà solo in parte.

Il primo simbolo della marcia indietro sono gli iPhone di Apple. Anche perché la società di Cupertino cerca da anni di diversificare la produzione rispetto alla Cina, spostandone parte in India e Vietnam. Il problema è che, dati alla mano, questa strategia (chiamata “Cina più uno”) è fallita: il 90% dei Melafonini, e in generale l’80% di tutti gli smartphone importati negli Stati Uniti, vengono assemblati negli sconfinati stabilimenti pollaio della Repubblica popolare, ad alta intensità di lavoro e basso valore aggiunto. L’impatto dei super dazi sui prezzi di un iPhone 16 sarebbe enorme, da 1.200 a 2.100 dollari. Quello sui conti di Apple, che dal “giorno della liberazione” ha perso il 10% in Borsa, altrettanto pesante. Così ecco che i telefoni sono la voce di import più ricca tra quelle esentate da Trump. Non l’unica: ci sono anche Pc, schermi, memorie, tutti prodotti che aziende americane come Hp e Dell, o cinesi come Lenovo, producono in Cina per vendere negli Usa, e che prima dell’escalation tariffaria si sono affrettate a spedire e immagazzinare.

La seconda parte delle esenzioni è quella industriale, anche più strategica. Riguarda prodotti centrali per le ambizioni americane di sconfiggere la Cina nella grande corsa alla potenza di calcolo, quindi all’IA, per cui le filiere produttive sono ancora più complesse e globali, ma sempre centrate in Asia. Trump aveva già esentato i chip dalle tariffe, non però i potentissimi processori grafici di Nvidia, “neuroni” dell’Intelligenza artificiale che i giganti tecnologici stanno acquistando a decine di migliaia. Al momento vengono prodotti a Taiwan, poi infilati nei server sull’isola o in Messico. La Cina quindi non c’entra, ma anche la tariffa base del 10% imposta al resto del mondo renderebbe gli investimenti delle varie Microsoft, OpenAI, Google e Meta molto più onerosi. Sono made in China invece una serie di componenti meno “nobili” ma essenziali dei data center, come i moduli ottici per trasmettere i dati, anche loro esentati.

In prospettiva quei chip gli Stati Uniti vogliono produrseli in casa. Grazie ai generosi incentivi di Biden aziende americane come Intel o la taiwanese Tsmc stanno investendo decine di miliardi in nuovi stabilimenti. Serviranno anni però per portare a regime le linee. E soprattutto, servono gli ultrasofisticati macchinari per stampare chip fatti in Giappone o in Europa, dall’olandese Asml. Pezzi da centinaia di milioni, da ieri esclusi dai dazi.

Come ogni decisione di Trump anche questa lista di esenzioni è scritta sulla sabbia. L’intero settore dei chip, ha detto, sarà oggetto di uno specifico pacchetto di dazi, come quello che ha colpito l’auto. Le tariffe quindi arriveranno (o torneranno), ma è probabile che saranno più mirate. E potrebbero tornare anche quelle sull’elettronica di consumo cinese, ma magari più basse. Apple si è impegnata a investire negli Stati Uniti, ma assemblare tutti gli iPhone, gli iPad e i Mac sarebbe impossibile e ne farebbe lievitare il prezzo.

Se anche la marcia indietro è momentanea insomma, rivela una serie di fatti che Trump può ignorare, ma non cancellare. Per portare più produzione negli Stati Uniti servono anni e non sono i dazi orizzontali lo strumento che può accelerare il processo, anzi lo ostacolano. La Cina è l’unica vera superpotenza industriale, con un terzo della produzione globale, auguri a chi vuole divorziare: le prime stime dicono che queste esenzioni “salvano” dal 20 al 30% delle sue importazioni negli Stati Uniti, una notevole vittoria per Xi Jinping. Al di là della Cina poi, dopo trent’anni di globalizzazione le filiere dell’hardware sono legate a doppio filo con l’Asia: impossibile spezzarle senza che i colossi tecnologici, pilastro di Wall Street ma soprattutto della potenza americana, paghino sulla propria pelle.

Ultima nota: Trump aveva escluso esenzioni. Quelle di ieri potrebbero scatenare la corsa dei vari Paesi a chiederne altre per i loro prodotti forti, rendendo i negoziati più aperti ma anche più complessi e lunghi.

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