Due ore e mezza di colloqui “indiretti” tra iraniani e americani, seguiti da un saluto finale faccia a faccia tra le delegazioni, hanno aperto una prima, piccola breccia nel muro tra Teheran e Washington. Un accordo sul nucleare iraniano e sul ruolo geopolitico dell’Iran nel Medio Oriente restano lontani; ma l’incipit con le due delegazioni riunite a Muscat, nella capitale dell’Oman che gioca il ruolo di mediatore, è stato positivo. Il balletto dei giorni scorsi sulla formula da utilizzare, con Trump che insisteva per colloqui “diretti” e l’Iran che li smentiva, era finito alla vigilia con luce verde della guida suprema, Ali Khamenei, per un faccia a faccia qualora ci fossero stati progressi nelle discussioni mediate.
Così il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, ha fatto la spola quattro volte tra le stanze separate in cui si trovavano la delegazione iraniana, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, e quella americana, con il capo negoziatore Steve Wit…
Due ore e mezza di colloqui “indiretti” tra iraniani e americani, seguiti da un saluto finale faccia a faccia tra le delegazioni, hanno aperto una prima, piccola breccia nel muro tra Teheran e Washington. Un accordo sul nucleare iraniano e sul ruolo geopolitico dell’Iran nel Medio Oriente restano lontani; ma l’incipit con le due delegazioni riunite a Muscat, nella capitale dell’Oman che gioca il ruolo di mediatore, è stato positivo. Il balletto dei giorni scorsi sulla formula da utilizzare, con Trump che insisteva per colloqui “diretti” e l’Iran che li smentiva, era finito alla vigilia con luce verde della guida suprema, Ali Khamenei, per un faccia a faccia qualora ci fossero stati progressi nelle discussioni mediate.
Così il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, ha fatto la spola quattro volte tra le stanze separate in cui si trovavano la delegazione iraniana, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, e quella americana, con il capo negoziatore Steve Witkoff inviato per il Medio Oriente. E siccome i colloqui indiretti sono avvenuti «in un clima calmo e rispettoso, senza l’uso di un linguaggio inappropriato», come li ha descritti Araqchi, al punto che le due delegazioni hanno deciso di rivedersi sabato prossimo per «discutere la struttura di un accordo», come dice sempre Araqchi, il primo round si è chiuso con quel fuori programma casuale, per come lo presentano gli iraniani, che in realtà casuale non è stato affatto. Al momento di lasciare la sede dei negoziati, le due delegazioni si sono ritrovate faccia a faccia e hanno discusso direttamente per alcuni minuti, assecondando così la richiesta precisa ribadita alla vigilia dalla Casa Bianca.
La pista ora è battuta. Quando Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca aveva annullato l’accordo sul nucleare stipulato dal presidente Obama, e poi nel gennaio 2020 aveva spedito un drone a Baghdad per uccidere il generale Qassem Soleimani, comandante delle forze speciali delle Guardie rivoluzionarie, Khamenei aveva vietato qualsiasi contatto diretto con gli americani. Ma i tempi sono cambiati: secondo una ricostruzione del New York Times, la Guida Suprema sarebbe stata indotta a non opporsi al negoziato dal presidente Masoud Pezeshkian e da alcuni alti funzionari: gli avrebbero fatto notare come un attacco americano e un inasprimento delle sanzioni avrebbero potuto scatenare disordini interni, portando alla caduta del regime.
In ogni caso sabato prossimo - sempre in Oman, ma probabilmente in una nuova sede - le delegazioni entreranno nel merito. «Le discussioni sono state molto positive e costruttive», dice la Casa Bianca. Witkoff «ha sottolineato di aver ricevuto istruzioni da Trump per risolvere le differenze attraverso il dialogo e la diplomazia, se possibile».
Il difficile inizia adesso. Sul nucleare civile l’accordo non è impossibile, ma gli americani vogliono parlare anche di missili, droni e legami con i gruppi armati in Palestina, Libano e Yemen. E per Teheran questi temi non devono essere sul tavolo.