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Cardinale Parolin: “No all’escalation in Ucraina ma Kiev deve difendersi, la pace non si impone”

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Intervista al Segretario di Stato Vaticano in vista dell’incontro con Vance. “Trump? Ogni sforzo negoziale è utile e merita attenzione tuttavia serve un compromesso tramite il dialogo e il rispetto”
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La forte preoccupazione per “il rischio di un’escalation del conflitto” e la convinzione che sarebbe però “disumano togliere agli ucraini il diritto di difendersi”. All’approssimarsi della Pasqua, e alla vigilia di un incontro con il vicepresidente degli Stati Uniti J.D.Vance, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, primo collaboratore di papa Francesco, fa un giro d’orizzonte sui temi caldi dell’attualità internazionale, dall’imprevedibilità di Trump al sostegno dell’Europa al multilateralismo, dalle immagini “moralmente inaccettabili” che arrivano dalla Striscia di Gaza al necessario dialogo con la Cina.

Come valuta la promessa del presidente degli Stati Uniti di far fare la pace a Russia e Ucraina?

“Come ha più volte ricordato Papa Francesco, la pace non si impone, si costruisce pazientemente, giorno dopo giorno, con il dialogo e il rispetto reciproco. Penso che molti stiano osservando quali sviluppi avranno le proposte del Presidente degli Stati Uniti, Donald Tr…

La forte preoccupazione per “il rischio di un’escalation del conflitto” e la convinzione che sarebbe però “disumano togliere agli ucraini il diritto di difendersi”. All’approssimarsi della Pasqua, e alla vigilia di un incontro con il vicepresidente degli Stati Uniti J.D.Vance, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, primo collaboratore di papa Francesco, fa un giro d’orizzonte sui temi caldi dell’attualità internazionale, dall’imprevedibilità di Trump al sostegno dell’Europa al multilateralismo, dalle immagini “moralmente inaccettabili” che arrivano dalla Striscia di Gaza al necessario dialogo con la Cina.

Come valuta la promessa del presidente degli Stati Uniti di far fare la pace a Russia e Ucraina?

“Come ha più volte ricordato Papa Francesco, la pace non si impone, si costruisce pazientemente, giorno dopo giorno, con il dialogo e il rispetto reciproco. Penso che molti stiano osservando quali sviluppi avranno le proposte del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per la fine della guerra in Ucraina. Molto dipende dalla disponibilità di entrambi i Paesi a dialogare senza precondizioni. In ogni caso, tutto ciò che favorisce una pace giusta e duratura è da considerarsi utile e va accolto con attenzione. Questa guerra non può continuare! Si tratta di una tragedia con conseguenze devastanti sia a livello interno che internazionale. Già troppo ha durato. Deve essere fermata al più presto! Il problema di fondo è, purtroppo, una visione sempre più individualista dell’uomo e una crescente sfiducia reciproca tra i membri della comunità internazionale. Nessuno si fida più di nessuno! Questo clima genera paura, riarmo, aggressione preventiva e una spirale di conflitto permanente. È proprio in questo contesto che il compito della Santa Sede è anche quello di accendere qualche piccola luce e di rilanciare le parole dei Successori di Pietro, i quali da oltre un secolo ripetono il loro no alla guerra e alla corsa agli armamenti, come sta continuando a fare Papa Francesco”.

Nel quadro di un negoziato, Kiev a suo avviso dovrebbe rinunciare alla propria integrità territoriale? E, prima di allora, giudica opportuno che i paesi occidentali continuino ad inviare armi, e prevedano un più diretto coinvolgimento militare in Ucraina?

“La Santa Sede sostiene con chiarezza la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Questo è il nostro punto di partenza. Tuttavia, spetta agli stessi ucraini decidere che cosa vorranno negoziare o eventualmente concedere da questo punto di vista. La loro decisione va rispettata e sostenuta. Il nostro compito è aiutare a mantenere viva la speranza in una pace – ripeto giusta e duratura – il che, idealmente, significherebbe anche il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino e l’offerta di garanzie di sicurezza per tutti. Naturalmente, è difficile oggi prevedere se si arriverà a qualche compromesso e se esso sarà accettabile per entrambe le Parti, ma non ci sarà pace se non nel rispetto della giustizia e del diritto internazionale. È ormai diventato uno slogan, ma rimane profondamente vero che al principio del diritto alla forza deve sostituirsi la forza del diritto. Siamo molto preoccupati per il rischio di un’escalation del conflitto: l’allargamento della guerra significherebbe ulteriori sofferenze e nuove vittime, in particolare tra i civili, i bambini, le donne e gli anziani. Nel medesimo tempo, tuttavia, sarebbe disumano togliere agli ucraini il diritto di difendersi”.

I dazi, le mire sulla Groenlandia, i tagli a UsAid, le continue scosse al multilateralismo: che cosa pensa della politica estera di Donald Trump?

“È chiaro che l’approccio dell’attuale Amministrazione USA è molto diverso da quello a cui siamo abituati e, soprattutto in Occidente, da quello su cui abbiamo fatto affidamento per molti anni. La Santa Sede si sforza sempre di mettere la persona umana al centro e sono tante le persone vulnerabili che soffrono enormemente, ad esempio, a causa dei tagli agli aiuti umanitari. Anche quando si avverte la necessità di un cambiamento o di una riforma, agire troppo rapidamente non è sempre nel migliore interesse di coloro che la riforma dovrebbe in ultima analisi aiutare. Nel bene o nel male, il nostro mondo è stato globalizzato e i problemi globali richiedono soluzioni globali, con la partecipazione di tutti gli interessati. La Santa Sede sostiene costantemente un approccio multilaterale e ritiene che il diritto internazionale e il consenso degli Stati debbano sempre essere favoriti”.

In questo frangente storico che ruolo può svolgere l'Unione europea? E come valuta il progetto di riarmare l'Europa?

“Nel crescente clima di incertezza globale, l'Unione europea può svolgere un ruolo importante nel richiamare il valore del multilateralismo e di una politica basata sulla collaborazione tra gli Stati, sul diritto internazionale e la diplomazia, anziché sulla contrapposizione e su logiche egemoniche. In questa prospettiva appare infelice l’espressione “riarmo”, che è sempre prodromo di chiusure e di nuovi conflitti, per giustificare l’esigenza dell’Europa di investire nella propria difesa, anche alla luce di un disimpegno statunitense al riguardo. Sarebbe però preoccupante se in Europa ritrovassero spazio dialettiche che proprio il progetto di unificazione europea ha inteso superare”.

L’invasione russa dell'Ucraina, benedetta dal patriarca Kirill, ha creato difficoltà ai rapporti ecumenici tra confessioni cristiane, mentre la guerra in Medio Oriente ha messo a dura prova il rapporto tra i cristiani, musulmani ed ebrei: è l’anno zero del dialogo tra le fedi?

“Non direi che è l’anno zero del dialogo tra le fedi. Certamente ci troviamo davanti a sfide enormi, se si pensa ad esempio alle difficoltà insorte all’interno del mondo ortodosso, che ovviamente hanno ripercussioni anche sulla Chiesa cattolica. Tuttavia, la Santa Sede è sempre impegnata a mantenere le porte aperte alle relazioni ecumeniche e a continuare il dialogo, soprattutto teologico, approfondendo le tematiche che ci uniscono. Ciò vale anche per il dialogo interreligioso. Bisogna uscire dalla “trappola” che ci troviamo di fronte a scontri di natura religiosa. Semmai si tratta di manipolazione della religione e dei valori spirituali per fini molto più terreni. Certo, anche qui si tratta di lottare contro un clima di sfiducia che si è instaurato e tende a prevalere e fare delle religioni autentici strumenti di pace e di unità, come lo sono in realtà”.

Secondo lei quello che sta avvenendo a Gaza può essere definito genocidio? Cosa consiglierebbe al governo israeliano di Benjamin Netanyahu?

“Le testimonianze, le immagini e i dati che provengono dalla Striscia sono umanamente orribili e moralmente inaccettabili. Così come gli israeliani e i migranti brutalmente trucidati e rapiti da Hamas, anche gli oltre due milioni di palestinesi a Gaza non hanno scelto la guerra, ma ne pagano il prezzo più alto, e non possono essere degradati a vittime collaterali: stiamo parlando di persone umane! Come si può restare indifferenti? Il conflitto non è solo Gaza, ma anche in Cisgiordania, dove le espansioni territoriali dei coloni a discapito della popolazione civile palestinese sono accompagnate da violenze e soprusi: si può dire che si tratta di legittima difesa? Tornando alla domanda, la parola genocidio è un termine giuridico del diritto internazionale. Come affermato dal Santo Padre, per valutare le operazioni militari israeliane non rileva l’opinione personale, ma lo studio dei fatti e delle norme da parte delle istituzioni preposte. Per la Santa Sede restano chiari i principi della Dottrina Sociale della Chiesa: la legittima difesa è lecita, ma non può mai implicare l’annichilimento totale o parziale di un altro popolo o la negazione del suo diritto a vivere nella propria terra. La Santa Sede continuerà a condannare le guerre di qualsiasi portata, perché chi ne fa le spese sono sempre i più fragili della società, e considera che anche una sola vittima è eccessiva. Le guerre sono un affronto all’umanità intera”.

È ancora sul tavolo l’ipotesi di aprire una sede di rappresentanza pontificia a Pechino? Più in generale, cosa potrebbe fare la Santa Sede per promuovere la pace in un mondo dove, in un futuro non remoto, prendesse forma una sorta di nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina?

“La Santa Sede mantiene certamente il desiderio di avere un proprio ufficio di collegamento a Pechino che, come è stato più volte ribadito, non dovrebbe necessariamente avere natura diplomatica. Questo però rimane, almeno per il momento, nel novero dell’auspicabile: perché un tale passo sia possibile, infatti, è necessaria un’ulteriore maturazione delle relazioni, che richiede inevitabilmente tempo, sforzi e buona volontà da entrambe le parti. Un ufficio di collegamento sarebbe un utile strumento di dialogo, con la Cina e con la Chiesa che lì vive e opera. Ed è proprio sul dialogo che vorrei nuovamente tornare: la Santa Sede rimane convinta che il dialogo sia l’unica via per scongiurare un’escalation della contrapposizione tra i Paesi e tra i rispettivi interessi. Se si dovesse cominciare a percepire l’opposizione reciproca come unica modalità possibile di interazione, allora si giungerebbe realmente ad un punto di non ritorno. Credo che il maggiore contributo che la Santa Sede possa dare nell’attuale panorama internazionale sia proprio quello del dialogo: testimoniarne l’importanza e praticarlo in prima persona, anche quando risulta difficile, anche qualora dovesse essere una scelta impopolare, perfino quando dovesse sembrare inutile e improduttivo”.

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