Nucleare iraniano, ok degli Stati Uniti all’uso per scopi civili. L’ira di Netanyahu: “Non cedo”
di Fabio TonacciIl ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’incontro con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi
(ansa)La cornice è fatta, ora però devono fare il quadro. E non sarà facile per gli emissari americani definire i dettagli di quanto discusso a Roma, perché a Israele l’idea che all’Iran sia lasciata la possibilità di sviluppare il nucleare per scopi civili non piace affatto. Dunque, anche se ieri è stato fatto un passo in avanti nella trattativa («l’improbabile è diventato possibile», sintetizza il ministro degli Esteri omanita, che funge da mediatore), bisogna rimanere cauti e capire bene cosa nasconda la reazione a caldo di Netanyahu («non cederò di un millimetro») per dare il giusto peso al secondo round dei colloqui indiretti.
La mattinata è cominciata con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che hanno parlato alla Farnesina con Antonio Tajani: visita di cortesia al padrone di casa ma non solo, perché l’Italia ha l’ambizione di giocare un ruolo nella partita sul nucleare iraniano, per non rimanere tagliata fuori come nel 2015 col piano…
La cornice è fatta, ora però devono fare il quadro. E non sarà facile per gli emissari americani definire i dettagli di quanto discusso a Roma, perché a Israele l’idea che all’Iran sia lasciata la possibilità di sviluppare il nucleare per scopi civili non piace affatto. Dunque, anche se ieri è stato fatto un passo in avanti nella trattativa («l’improbabile è diventato possibile», sintetizza il ministro degli Esteri omanita, che funge da mediatore), bisogna rimanere cauti e capire bene cosa nasconda la reazione a caldo di Netanyahu («non cederò di un millimetro») per dare il giusto peso al secondo round dei colloqui indiretti.
La mattinata è cominciata con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che hanno parlato alla Farnesina con Antonio Tajani: visita di cortesia al padrone di casa ma non solo, perché l’Italia ha l’ambizione di giocare un ruolo nella partita sul nucleare iraniano, per non rimanere tagliata fuori come nel 2015 col piano di Obama. Le due delegazioni, poi, si sono chiuse per quattro ore nella residenza dell’ambasciatore dell’Oman, zona Camilluccia, quartiere residenziale di Roma.
Due stanze separate, come a Muscat una settimana fa, il ministro omanita Badr Albusaidi a fare la spola consegnando messaggi. In Oman Witkoff e Araghchi alla fine sono stati faccia a faccia per una cinquantina di minuti, a Roma la scena si è ripetuta.
La cornice, dicevamo. Si compone di tre elementi attorno ai quali, di qui in avanti, ruoterà il negoziato: 1) gli Stati Uniti vogliono la garanzia assoluta che l’Iran non avrà armi atomiche, quindi che non arricchirà l’uranio a livello tale da poter costruire la bomba; 2) in linea di principio non si oppongono allo sfruttamento civile dell’energia nucleare da parte di Tehran; 3) L’Iran è disponibile, a patto che vengano tolte le sanzioni economiche, soprattutto quelle sul petrolio.
Badr Albusaidi, il ministro omanita, conferma l’impostazione: «Witkoff e Araghchi hanno concordato di avviare la fase successiva per raggiungere un accordo equo, duraturo e vincolante. Il terzo appuntamento sarà sabato a Muscat».
La tappa romana, dunque, ha avuto il merito di aver chiarito la posizione di Witkoff, che nei giorni scorsi ha rilasciato dichiarazioni contrastanti sul nucleare civile iraniano, prima dicendosi a favore, poi implicitamente contro. «Abbiamo fatto buoni progressi nelle nostre interlocuzioni indirette e dirette», commenta Grayson Vincent, il suo portavoce. «I colloqui si sono svolti in un clima costruttivo e posso dire che stanno andando avanti», è la dichiarazione che Araghchi rilascia alla tv di Stato iraniana. «Questa volta siamo riusciti a raggiungere una migliore comprensione di una serie di principi e obiettivi».
Araghchi, tuttavia, ha rifiutato la proposta di inviare ispettori americani, oltre a quelli dell’Aiea, per fare i controlli su siti e centrifughe. E un consigliere di Khamenei, la Guida suprema dell’Iran, ha detto al canale Al-Arabiya che «se Israele non sarà trattenuto, non ci sarà alcuna intesa».
A Gerusalemme Netanyahu è nervoso. Il governo dello Stato ebraico non ha ancora riposto nel cassetto il piano di attacco dei laboratori dove l’Iran sta portando avanti il programma di arricchimento dell’uranio, arrivato al 60 per cento (al 90 per cento possono costruire la bomba). La stampa israeliana, citando fonti militari e dell’intelligence, ipotizza un’offensiva aerea più limitata rispetto a quella che Trump avrebbe già bloccato settimane fa, così da avere meno bisogno dell’appoggio militare degli Stati Uniti. Ma l’apporto americano è cruciale non tanto per l’attacco, quanto piuttosto per neutralizzare l’eventuale, e assai probabile, rappresaglia missilistica di Teheran.
«Mi impegno a impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari», dice Netanyahu in un videomessaggio registrato, in risposta ai colloqui di Roma. «Non cederò su questo punto, non mollerò e non mi tirerò indietro, neanche di un millimetro».