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La rivolta delle università Usa: 180 firmano contro Trump

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Harvard, Mit, Princeton e Yale guidano la resistenza: “Le interferenze del governo mettono a rischio l’istruzione superiore”
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NEW YORK – La ribellione di Harvard ha prodotto un primo effetto: il mondo accademico americano ha deciso di opporsi alle ritorsioni annunciate dal presidente Donald Trump verso chi - questa è l’accusa della Casa Bianca - ha favorito nei campus le proteste pro Gaza e l’antisemitismo. Più di centottanta presidenti di college e università degli Stati Uniti hanno firmato un documento di “resistenza” che denuncia l’«interferenza governativa e politica senza precedenti che oggi mette in pericolo l’istruzione superiore».

Le 360 parole che compongono il testo segnano un momento storico negli Stati Uniti. A firmarle ci sono università d’elite come Harvard, Princeton, Mit, Yale e Columbia, e altre che rappresentano tutto lo spettro culturale del Paese, dall’università luterana del Pacifico al Hebrew Union College di New York. E poi scuole pubbliche e private, grandi e piccole, dal Trinity College a Duke, Amherst, le università di…

NEW YORK – La ribellione di Harvard ha prodotto un primo effetto: il mondo accademico americano ha deciso di opporsi alle ritorsioni annunciate dal presidente Donald Trump verso chi - questa è l’accusa della Casa Bianca - ha favorito nei campus le proteste pro Gaza e l’antisemitismo. Più di centottanta presidenti di college e università degli Stati Uniti hanno firmato un documento di “resistenza” che denuncia l’«interferenza governativa e politica senza precedenti che oggi mette in pericolo l’istruzione superiore».

Le 360 parole che compongono il testo segnano un momento storico negli Stati Uniti. A firmarle ci sono università d’elite come Harvard, Princeton, Mit, Yale e Columbia, e altre che rappresentano tutto lo spettro culturale del Paese, dall’università luterana del Pacifico al Hebrew Union College di New York. E poi scuole pubbliche e private, grandi e piccole, dal Trinity College a Duke, Amherst, le università di Boston, Denver, San Diego, San Francisco, New England e Hawaii. «Noi - scrivono i presidenti - siamo aperti a riforme costruttive e non ci opponiamo a un legittimo controllo da parte del governo. Tuttavia, dobbiamo opporci a un’ingerenza governativa indebita nelle vite di coloro che studiano, vivono e lavorano nei nostri campus. Cercheremo sempre - concludono - pratiche finanziarie efficaci ed eque, ma dobbiamo respingere l’uso coercitivo dei fondi pubblici destinati alla ricerca».

La dichiarazione, pubblicata dall’American Association of Colleges and Universities, arriva settimane dopo l’inizio della crociata lanciata da Trump contro le istituzioni culturali, considerate un covo liberal e “nemico”. L’obiettivo del governo di silenziare le voci contrarie alla sua linea - dopo l’iniziale resa della Columbia, che poi ha fatto retromarcia - adesso trova un muro. E ad alzarlo è stata Harvard, l’università più antica d’America che ha respinto le condizioni poste da Trump per non perdere i 2,2 miliardi di dollari di finanziamenti. Tra queste c’erano l’obbligo di consegnare l’elenco di studenti stranieri che avevano manifestato contro Israele, il commissariamento di alcuni corsi accademici e l’introduzione di figure dirigenziali con il compito di controllare che le direttive della Casa Bianca venissero rispettate. Harvard ha respinto in blocco le richieste ed è passata al contrattacco, portando Trump in tribunale.

A guidare una battaglia legale senza precedenti per sbloccare i finanziamenti pubblici è stato chiamato Robert Hur, il procuratore che fino a pochi mesi fa era considerato una star dalla base trumpiana: Hur aveva condotto le indagini sui documenti riservati trovati a casa di Joe Biden, ed era stato sempre lui, nel rapporto finale dell’inchiesta, a descrivere in modo umiliante l’ex presidente come un «uomo anziano, dalle buone intenzioni ma con la memoria debole». Ora Hur guiderà la battaglia legale per conto di Harvard, alla quale guarderà tutto il Paese.
E la Casa Bianca ha dichiarato di essere pronta allo scontro: “Harvard - ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt - si è messa da sola nelle condizioni di perdere i finanziamenti”.

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