BUENOS AIRES – A quel tempo Jorge era un giovane, appassionato intellettuale. Aveva 28 anni e insegnava letteratura ispano-americana a quaranta ragazzini del “Colegio de la Inmaculada Concepciòn” di Santa Fé, una classe che amava molto quel ragazzo e lo chiamava “el maestrillo”, il maestrino. Jorge Bergoglio era già sacerdote, però nell’istituto dei padri gesuiti teneva lezioni di poesia, narrativa e scrittura creativa. Le parole avrebbero potuto davvero diventare il suo mestiere.
Tra i quaranta allievi ce n’era uno particolarmente curioso e un po’ discolo: si chiamava Mario Diez e aveva sedici anni, non molti in meno del professore. Nella vita non è diventato prete, e neppure scrittore: ha fatto il cameraman e non ha mai perso il contatto con il maestrillo, né quando Jorge è diventato cardinale, né quando lo hanno eletto Papa. E oggi Mario è qui con noi, per ricordare il maestro e l’amico di una vita.
«L’ho sempre chiamato Jorge, non padre. Lui non teneva le distanze ed era curi…
BUENOS AIRES – A quel tempo Jorge era un giovane, appassionato intellettuale. Aveva 28 anni e insegnava letteratura ispano-americana a quaranta ragazzini del “Colegio de la Inmaculada Concepciòn” di Santa Fé, una classe che amava molto quel ragazzo e lo chiamava “el maestrillo”, il maestrino. Jorge Bergoglio era già sacerdote, però nell’istituto dei padri gesuiti teneva lezioni di poesia, narrativa e scrittura creativa. Le parole avrebbero potuto davvero diventare il suo mestiere.
Tra i quaranta allievi ce n’era uno particolarmente curioso e un po’ discolo: si chiamava Mario Diez e aveva sedici anni, non molti in meno del professore. Nella vita non è diventato prete, e neppure scrittore: ha fatto il cameraman e non ha mai perso il contatto con il maestrillo, né quando Jorge è diventato cardinale, né quando lo hanno eletto Papa. E oggi Mario è qui con noi, per ricordare il maestro e l’amico di una vita.
«L’ho sempre chiamato Jorge, non padre. Lui non teneva le distanze ed era curioso di ogni nostra attitudine. Aveva una memoria anche affettiva incredibile. Era il 1964: sono rimasto in classe con Bergoglio per due anni, lui era un professore straordinario, lettore voracissimo e penna speciale. Un giorno mi vide in biblioteca che consultavo libri sui gauchos, i cowboy della Pampa che in Argentina sono veri eroi nazionali, simbolo di sofferenza e riscatto sociale, di libertà e fierezza. Jorge si avvicinò e mi disse: “Marito, visto che questo argomento ti piace tanto, mi aiuterai a tenere il corso di letteratura gauchesca”. Credevo scherzasse, invece mi fece fare lezione agli altri ragazzi: 60 anni fa! Era avanti, vedeva nel futuro e gli volevamo un bene dell’anima».
Letteratura sociale, poesia e un amico personale: si chiamava Jorge Luis Borges. Padre Jorge lo invitava a tenere seminari ai ragazzini. «Ricordo benissimo quel personaggio quasi cieco, dalla voce pressoché inudibile. Borges non parlava, sussurrava. Ci diceva: “Chiedetemi quello che volete, non solo dei libri, parlatemi delle vostre vite”. Ogni tanto ci penso: ero un sedicenne, e a scuola ascoltavo in un colpo solo un futuro Papa e uno dei più grandi scrittori di tutti tempi! Cos’è la vita…»
Il maestrillo aveva un dono: la coerenza. «Per me, Jorge e Francesco sono la stessa identica persona. Lo rivedo mentre ci segue attento, le mani giunte, dondolando leggermente, e poi sorride. Ecco, il suo famoso sorriso era la chiave che apriva ogni porta. Quando diventò cardinale, lo chiamai a nome di un gruppo di ex allievi, era l’estate 2010 e lui mi disse: “Venite a trovarmi sabato con le vostre famiglie, starò tutto il giorno insieme a voi”. E lo fece. Mi aspettavo un’udienza ufficiale, invece Jorge venne ad aspettarci davanti alla porta dell’ascensore. Parlò tanto con tutti, si ricordava di ognuno. Mangiammo panini. Gli portai in dono la vecchia tesi scolastica che avevo preparato con lui, quasi mezzo secolo prima. Qualunque altro regalo lo avrebbe dato ai poveri, faceva sempre così, ma la mia tesi la tenne e forse la rilesse».
Quando il maestrino si vestì di bianco, Mario pensò che non si sarebbero mai più rivisti. «Invece, io e mia moglie Elvira nel maggio 2015 viaggiammo in Europa e lei mi disse “Mario, perché non provi a scrivere a Francesco?”. Lo feci. E Jorge mi rispose a stretto giro: “Mario, ti aspetto il 21 di questo mese alle 7 di mattina a Casa Santa Marta”. Il Papa! Vi rendete conto? Quando mi vide, mi venne incontro e mi abbracciò. Mi chiese cosa avessi fatto negli ultimi anni, e se finalmente mi fossi messo a scrivere poesie. Si ricordava anche di questo».
Di un vero maestro non rimangono soltanto le parole. Resta l’amore. «Ricordo la sua capacità di cercare sempre un punto d’incontro tra le persone e i diversi punti di vista. E poi, la famosa frase del pastore che deve avere addosso l’odore delle pecore. La ripeteva spesso».
Ma il giorno davvero nel cuore è il 28 agosto 2010 a Buenos Aires: «Eravamo con il nostro Jorge, non con il cardinale Bergoglio: Jorge. Gli spiegai che per lavoro seguivo i gran premi di motociclismo in giro per il mondo, lui era appassionatissimo di sport e mi domandò di Valentino Rossi. Mi chiamava Marito, lo stesso diminutivo di quand’ero ragazzo, e per tutti noi aveva una battuta o un pensiero speciale, come se ci fossimo separati pochi giorni prima. Per questo, non dobbiamo essere tristi. Niente si perde, tutto è presente».